Dalla parte della fiction RSI

Regazzi protesta per la fiction “Il Guardiacaccia” che metterebbe in cattiva luce i cacciatori. Ma l’obiettivo è forse attaccare indirettamente la RSI?

Di Redazione

Quando la realtà supera di gran lunga la fiction. O, se preferite, la fiction non è all’altezza della realtà. Ma, prima di addentrarci nella cronaca, vi pongo innanzitutto una domanda. Se attraversando un bosco in auto nel bel mezzo della notte, per sfiga, vi capitasse di prendere in pieno un capriolo, voi cosa fareste? Bene. L’automobilista che qualche giorno fa nei Grigioni, nei paraggi di Brienz, ha ucciso un capriolo con la propria vettura invece non ci ha pensato su due volte, ha caricato il povero animale morto nel bagagliaio e se l’è portato via. Peccato solo che la scia di sangue sull’asfalto e l’ammaccatura dell’auto non siano passate inosservate. Ed è così scattata la denuncia a polizia e guardiacaccia. E a non passare inosservata, a proposito di storie di bracconaggio – e di guardiacaccia in particolare – è stata anche la serie televisiva omonima in 5 puntate andata in onda giorni fa su RSI La1.

Malgrado gli ottimi indici d’ascolto registrati dalla produzione targata RSI, c’è chi proprio non ne ha gradito i contenuti. E a essersi incazzati come delle iene, in primis, sono stati i cacciatori e Fabio Regazzi presidente della loro federazione. Il nerboruto Consigliere Nazionale pippidino, con il garbo e la misura che lo contraddistinguono, visto il periodo in cui ci troviamo, la letterina, invece che inviarla a Babbo Natale l’ha mandata al direttore della RSI Maurizio Canetta.

“Dopo aver seguito – non senza una certa fatica – tutti e cinque gli episodi mi vedo costretto, a nome dei cacciatori ticinesi (e non solo), ad esprimere tutta la nostra delusione, rabbia e indignazione per come è stato affrontato il tema della caccia. (…) Ci hanno fatto passare come degli ubriaconi assassini. E questo non possiamo accettarlo. È un po’ come se fosse stata fatta una fiction sul mondo della scuola raccontando solo gli episodi legati agli insegnanti pedofili. Per non parlare poi della recitazione… a dir poco penosa!”.

Che il toro Regazzi veda rosso ogni volta che si parli di RSI è tutto sommato normale dato che il colore del logo dell’azienda è quello, ma i toni da donna gravida in preda a una crisi ormonale, lo sono decisamente meno. Perché le argomentazioni addotte sono contraddittore e, a esser franchi, non si capisce quale sia il vero oggetto del contendere. L’immagine dei cacciatori? La recitazione penosa? O forse sotto sotto è mamma RSI il vero problema con la quale Fabietto ha evidentemente un conto aperto da ben prima de “Il guardiacaccia”? (Leggi qui >http://gas.social/2015/06/fabio-giorgia-e-cicciolina/) Perché se vogliamo rimanere sull’indignazione dei cacciatori riguardo ai contenuti della serie scritta e diretta da Andrea Canetta, allora forse sarebbe anche giusto chiedersi perché i camionisti non abbiano protestato all’uscita nelle sale di “Duel” di Steven Spielberg. Per l’immagine francamente offensiva che ne emerge della categoria. Insomma roba da unghie sulla lavagna.

Ma poi, Fabio Regazzi, lo sa perché il cinema americano qualitativamente riesce a produrre almeno una ventina di film all’anno ben al di sopra della media e fra questi pure dei capolavori che rimarranno nella storia del cinema? Risposta: è l’effetto iceberg, perché sul migliaio di film prodotti ogni anno è inevitabile, per la legge dei grandi numeri, che fra questi vi sia una punta d’eccellenza. Senza contare poi i soldi che circolano a Hollywood, dove per l’episodio pilota di una serie si arrivano a spendere fino a 10 milioni di dollari. Ma Regazzi lo sa che se non ci fosse l’Ufficio federale della cultura e la SSR a finanziare il cinema svizzero, quest’ultimo si sarebbe già estinto da un pezzo?

E qualcuno, in questo Cantone di ingrati, si rende conto del regalo, del favore che la Confederazione ogni anno accorda alla Svizzera italiana che, a fronte dei 45 milioni versati, per garantire un servizio pubblico nella lingua di Dante e all’altezza di questo nome, ce ne mette a disposizione 265? Ma qualcuno ha capito qual è, stando agli ultimi sondaggi, il destino che ci attende? Risposta: quello di a tornare a essere un baliaggio. Né più né meno. Un baliaggio culturale. Di Maria De Filippi o di chissà quale altro tiranno mediatico. Nulla contro il suicidio politico e neppure contro quello sociale se sarà un “sì” il responso democratico che il 4 di marzo uscirà dalle urne ma, poi, a ripulire lo schifo e gli schizzi di sangue del dopo “RSIcidio” chi ci sarà? A chi toccherà lo spiacevole compito, caro Fabio? Perché tra la possibilità di produrre una fiction venuta male e non avere nemmeno gli occhi per piangere, probabilmente anche lei, se non ci fosse il fumo che le esce dal naso e dalle orecchie a offuscarle la vista, sarebbe d’accordo con noi.

Infine, diciamo pure che “Il guardiacaccia” sia un po’ troppo un omaggio al cinema di Ed Wood  – e, va bene, della qualità in sé è lecito parlarne come del resto lo sottolinea anche il presidente della CORSI – ci permetta però di darle un prezioso consiglio. Non è proprio il caso di tirare in ballo il ragionier Ugo con quel suo sprezzante “per citare Fantozzi: è una cagata pazzesca!”,perché “La corazzata Potëmkin” a cui si riferiva il personaggio creato e interpretato da Paolo Villaggio è un capolavoro assoluto del cinema studiato e analizzato in tutti i corsi di cinema del mondo. Fantozzi quindi si sbagliava. Così, a dirla tutta, l’impressione qui è quella che non si stia parlando di fiction, di bracconaggio e neppure di caccia. Qui il nocciolo della questione, ahimè, sembra proprio un altro. Vale a dire il desiderio di accanirsi nei confronti del servizio pubblico e della RSI facendo del bieco sciacallaggio. Proprio come se di fronte a un capriolo appena investito e in fin di vita l’unica cosa sensata da fare fosse quella d’infierire sulla povera creatura. E allora sapete che c’è? Malgrado tutto, evviva “Il guardiacaccia”!

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