Gomorra, tra Shakespeare e folklore

La serie tv tratta dal best-seller di Saviano accusata di banalizzare la violenza riducendo la camorra a puro folklore

Di

Com’era prevedibile, la terza stagione della serie ispirata all’omonimo best seller di Roberto Saviano sta infiammando gli animi del pubblico – ma anche dei suoi non pochi detrattori – proprio com’era accaduto con le due che l’hanno preceduta. Venduta in ben 170 Paesi del mondo, “Gomorra – La serie” è, senz’ombra di dubbio, il prodotto di maggior successo di sempre nella storia della televisione italiana.

“Una miscela irresistibile di velocità, tensione, atmosfera desolata e cruda violenza. Una produzione capace di far avvertire la sua matrice europea in mezzo alla lunga mitologia di gangster movie italiani e americani, grazie a un realismo lirico che non trova pari in alcun altro titolo in onda sulla tv americana”. Così si esprimeva, fra l’altro, il New York Times lo scorso anno piazzandola al terzo posto nella speciale classifica 2016 che raggruppava le migliori produzioni seriali internazionali. Un trionfo del tutto inatteso che, aldilà dell’elogio di quello che è considerato da sempre come il quotidiano a stelle e strisce più importante e autorevole, ha incassato però di recente anche un paio di sberloni assestati da importanti personalità che, con la camorra e la malavita più in generale, convivono quotidianamente.

In soldoni, l’accusa è quella di banalizzare il male e rendere la criminalità organizzata puro folklore, dandone un’immagine distorta, distante dalla realtà di quello che è il fenomeno nella sua reale forma e pericolosità. Il rischio è quello di “umanizzare” i boss. Una questione peraltro irrisolta fin dai tempi de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola.

“Non guardo Gomorra e nessuna di queste serie. Ma credo che evidenziare i rapporti umani come se la camorra fosse un’associazione come tante altre non corrisponda a quello che realmente è, fatta soprattutto di violenza”. Ha detto il procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho. E a spalleggiarlo con argomentazioni ancora più dettagliate c’è il procuratore aggiunto antimafia Giuseppe Borrelli, capo del pool partenopeo, che ben conosce la camorra: un diavolo decisamente ben peggiore di come lo si è finora dipinto in tivù. “Gomorra è sufficiente a spiegare il fenomeno o è una rappresentazione tranquillizzante che limita la nostra percezione del fenomeno mafioso? La camorra è solamente traffico di droga, omicidi ed estorsioni o invece quelle rappresentate sono le azioni di una camorra passata che in realtà si evolve e che non vuole essere vista e nemmeno raccontata? Fornire quel tipo di rappresentazione ha in sé l’elemento della pericolosità di distogliere da questa nuova configurazione della camorra, che ha fatto un salto profondo rispetto a dieci anni fa”.

Negli ultimi dieci anni, un salto, ma di qualità, l’ha fatto anche la fiction seriale che dilatando la narrazione sull’arco di più stagioni ha reso possibili storie e personaggi con uno spessore e una profondità in precedenza inimmaginabili. Affrontando temi e racconti che, in fondo, fanno parte, prima che della realtà, della natura dell’uomo e del bisogno di dare un senso a ciò che da millenni lo circonda. Fuori e dentro di sé. A partire da quando, al tempo delle caverne, per la prima volta, dal cerchio di uomini seduti attorno al fuoco, se ne alzò uno e iniziò a gesticolare attirando così l’attenzione su quel primo tentativo di narrare qualcosa.

Shakespeare, al quale alcuni critici entusiasti hanno subito paragonato i prodotti seriali meglio riusciti compresa “Gomorra”, e qualche tempo prima la tragedia greca, non pretendevano certo di documentare pedissequamente la realtà. Ci mancherebbe altro. Casomai dipingevano il male, talvolta semplificandolo e forse anche banalizzandolo, perché in quel distillato della realtà ci si potevano ritrovare vizi e virtù di quello che siamo, della natura umana nella sua essenza. Un racconto che, per quanto possa essere folkloristico, solletica l’animo di chi chiunque. E fa parte di quel sano specchiarci, riconoscendo noi stessi negli altri. Anche quando si tratta di criminali pazzi e sanguinari. Perciò, cari magistrati – davvero – “state senza pensier”!  

Ti potrebbero interessare: