La paura di rivedere morire Damiano

Condannato un giovane per un’aggressione durante il Rabadan. Una tragedia evitata, ma è importante sensibilizzare alla gestione della rabbia

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Giuseppe (nome di fantasia) va a divertirsi a carnevale, è un po’ triste perché la sua ragazza l’ha lasciato due settimane prima. Al Rabadan il caos è tanto, e Giuseppe gironzola tra le tendine che offrono l’oblio a base di chiasso e alcool. Colori e maschere, fragore di musica e immagini scintillanti bombardano la mente ingrigita di Giuseppe.

È in uno di questi tendoni improvvisati che Giuseppe vede la donna che aveva amato e la cui storia si era dissolta come neve al sole. La vede avvinghiata a un altro uomo.

Non ci sono dubbi, nessuna esitazione. Giuseppe si fionda sui due e con un pugno atterra il rivale, che colto di sorpresa stramazza al suolo indifeso. Il furore monta in Giuseppe che prende a calci sulla testa l’altro ragazzo, colpendolo più volte anche sulla nuca. La ragazza urla e cerca di fare scudo col suo corpo al compagno ma Giuseppe è come un toro in corsa, e colpisce anche lei.

Ecco, il copione che con dolore ripercorriamo e che ci ricorda il ben più tragico caso di Damiano Tamagni, ucciso brutalmente per futili motivi, anche lui colpito alla testa fino che il buio non è calato sulla sua anima. E, infatti, l’altro ieri in aula si è ripercorso quel tragico epilogo e si è detto che sì, solo un caso fortuito non ha voluto che un altro Damiano finisse all’obitorio. (leggi qui)

Oggi Giuseppe ha ventiquattro anni, ne aveva ventuno all’epoca dei fatti. È stato condannato per tentato omicidio, la sua pena è di tre anni, ma sconterà in carcere solo sei mesi, i rimanenti trenta sono sospesi condizionalmente per due anni. A pesare, il sincero pentimento del giovane, riconosciuto anche dall’accusa, e il percorso di psicoterapia seguito negli ultimi tre anni per insegnargli a gestire quella rabbia malata che ha rischiato di troncare una vita.

In aula si è anche condannato l’agire della polizia, ancora più incomprensibile pensando al Tamagni. Giuseppe era stato subito rilasciato dopo il fermo, e alla famiglia della vittima era stato detto che le forze dell’ordine, per agire, avevano bisogno di una querela di parte. Francamente assurdo. La condanna per tentato omicidio parla da sè e mette ancora più in luce il pessimo comportamento degli agenti.

L’aggressione ha ancora oggi conseguenze psicologiche ed emotive sulle vittime. 5000 i miseri franchi di risarcimento morale, d’altronde i nostri tribunali sono sempre avari in fatto di risarcimenti. Quei 5’000 franchi però oggi appaiono quasi insultanti, pensando al rischio che si è corso.

Insegnamenti ce ne sono? Potremmo dire di no. Nonostante la morte e la tragedia, continuiamo a sentire di risse, accoltellamenti e persone che in preda a ire immotivate mettono a repentaglio la vita altrui. Dall’altra, vorremmo che le forze dell’ordine, perseguissero immediatamente certi personaggi, con celerità e severità, che si chiamino Tomic o Bernasconi non conta. La legge ci deve proteggere da queste schegge impazzite.

Dall’altra, vorremmo che si parlasse di fatti analoghi nei consessi, nelle scuole, in una sorta di processo catartico. Ci piacerebbe che i Tomic e i Bernasconi di turno, fossero condannati a raccontare la propria rabbia e il proprio pentimento di fronte ai cittadini. Una pena aggiuntiva gravosa ma onesta, un modo di far capire alla società che il pentimento non serva solo ad avere delle riduzioni di pena. E a fare capire a tutti che in ognuno di noi esiste un mostro, che può però essere affrontato.

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