La soffiata arrivata dal Liechtenstein

Per colpa del principato la Svizzera è finita nella “lista grigia” dell’UE che comprende i Paesi che non sono un paradiso fiscale ma restano comunque sotto stretta sorveglianza.

Di Fabio Amorth

C’è un certo scazzo a Palazzo Federale. Malgrado Ueli Maurer faccia spallucce minimizzando e dicendo che l’inserimento della Svizzera nella “lista grigia” stilata dall’Unione Europea non avrà conseguenze di rilievo sulla nostra economia ma, soprattutto, per la piazza finanziaria elvetica. Molto meno british della vecchia volpe UDC è stato invece Johann Schneider-Ammann nelle sue dichiarazioni. Al nostro Ministro dell’Economia, lo sgarbo di Bruxelles è andato proprio di traverso. E non ha nascosto alla stampa che ancora gli girino a elica, soprattutto considerando come si è giunti a questa decisione.

Dopo tutti gli sforzi fatti e dimostrati in questi anni, per andare incontro alle richieste dell’Europa che ci recriminava la poca trasparenza in ambito bancario e finanziario, dopo aver sacrificato sull’altare della realpolitik il vitello grasso del segreto bancario, ci ritroviamo comunque fra gli ultimi della classe quando si tratta di ricevere i voti e la pagella a fine anno. Cosa che, a Palazzo, è risultata francamente inammissibile.

Ma la cosa più esilarante di tutta questa faccenda è che, fino al giorno prima della pubblicazione da parte dell’Unione europea della lista incriminata, la Confederazione non ne faceva parte. E allora chi o cosa diavolo avrà fatto cambiare idea a Bruxelles? Stando alle indiscrezioni raccolte dall’edizione domenicale della NZZ qualcuno avrebbe fatto la spia. Ha cantato. Proprio così. È andato a dirlo alla maestra. Che messa così potrebbe sembrare più una storiella da asilo. E invece no. Anche il mondo degli adulti è spesso governato da logiche infantili. E a quanto pare la soffiata è giunta proprio dai cugini del principato del Liechtenstein che hanno voluto far presente all’Unione europea la disparità di trattamento dimostrata nei loro confronti malgrado la situazione fosse simile alla nostra. E così la maestra non ci ha pensato due volte nel dare una bella insufficienza a entrambi.

Ovviamente a Vaduz si nega tutto e si stigmatizza la spiacevole situazione che ci vede purtroppo uniti e in compagnia, fra l’altro, di una quarantina di nazioni che come noi han fatto i compiti impegnandosi a modificare le regole e la legislazione in materia fiscale ma che non per questo hanno ancora superato gli esami di riparazione.

In fondo, volendo far nostra la filosofia del “mal comune mezzo gaudio”, si potrebbe senz’altro dire che c’è chi sta ben peggio. Chi se ne infischia bellamente di figurare tra i primi della classe, e non batte ciglio nemmeno di fronte a una sonora bocciatura. Già. Perché accanto a quella grigia c’è pure una “lista nera”. Quella dei Paesi considerati dei paradisi fiscali che, per la cronaca, sarebbero: Bahrain, Barbados, Grenada, Guam, Corea del Sud, Emirati Arabi, Macao, Isole Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Samoa e Samoa americane, Santa Lucia, Trinidad e Tobago e Tunisia. Rigorosamente in ordine alfabetico, come quando la maestra faceva l’appello in classe.

Ti potrebbero interessare: