Il lato oscuro delle fabbriche di giocattoli

Turni massacranti per stipendi da fame, condizioni igieniche precarie, esposizione a sostanze nocive, mobbing, suicidi: Solidar Suisse svela i retroscena dell’industria del giocattolo

Di Roberta Condemi

Natale è alle porte e la ricerca del regalo perfetto da mettere sotto l’albero occupa gran parte delle nostre energie. Ci siamo però mai domandati da chi e soprattutto come vengono prodotti i giocattoli che regaliamo ai nostri bambini?

Solidar Suisse lo ha fatto e ha scoperto qualcosa che deve farci riflettere o, almeno, approcciare consapevolmente all’acquisto dei regali.

Solidar Suisse è un’organizzazione fondata nel 1936, con il nome di Schweizerisches Arbeiterhilfswerk (SAH), dalla Unione Sindacale Svizzera e dal Partito Socialista con lo scopo di supportare i lavoratori colpiti dalla Grande Depressione del 1929.

Oggi la SAH è suddivisa in dieci organizzazioni indipendenti, tra le quali, appunto, Solidar Suisse, che persegue tre obiettivi principali: garantire buone condizioni di lavoro, incrementare la partecipazione democratica, e fornire aiuti umanitari immediati o a lungo termine alle popolazioni colpite da catastrofi naturali o guerre.

Proprio allo scopo di assicurare ai lavoratori un ambiente migliore, dal 2015 Solidar Suisse è impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle pessime condizioni di lavoro che ancora oggi esistono nell’industria di giocattoli in Cina, Paese in cui viene prodotta la quasi totalità dei giocattoli presenti nei nostri negozi. Il progetto si chiama “Fair Toys” ed è rivolto soprattutto alle famiglie.

Il rapporto del 2017 , pubblicato da poco, (https://www.solidar.ch/sites/default/files/toy_investigation_report_englishphotos.pdf) accende i riflettori sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi.

Trattandosi di un settore in continua crescita e che non conosce crisi, le fabbriche di giocattoli attirano numerosi lavoratori da ogni parte della Cina. E’ molto comune, infatti, che da regioni remotissime provengano giovani che lasciano tutto, casa e famiglia solitamente molto povere, con il sogno di guadagnarsi da vivere. Purtroppo, ciò a cui vanno incontro è spesso un vero e proprio incubo: turni da undici ore al giorno per sei giorni a settimana e un salario minimo che permette loro a stento di sopravvivere; esposizione a sostanze nocive, come acetato e benzene, che possono causare avvelenamento, leucemia o addirittura portare alla morte.

Le condizioni dei dormitori delle fabbriche, poi, sono disumane, con lavoratori stipati in piccole camere in gruppi da otto o dieci, senza spesso neppure acqua calda.

Infine, non sono garantite  rappresentanze sindacali o figure di riferimento alle quali i lavoratori possano rivolgersi per chiedere di tutelare i loro diritti.

Nel 2017 Solidar Suisse, in collaborazione con le ONG cinesi China Labour Watch e Sacom, ha analizzato gli ambienti lavorativi di quattro fabbriche che producono per Disney, Infantino, Blue Box, Lanvin e Mattel, brand dei giocattoli acquistati da un terzo delle famiglie svizzere.

Secondo le ONG cinesi, poco è cambiato da quando hanno iniziato a monitorare le fabbriche ossia dalla metà degli anni ‘90, nonostante le grandi multinazionali occidentali abbiano adottato e imposto codici di condotta che garantiscono gli standard internazionali sociali minimi. Ed è stato confermato che le condizioni dei lavoratori violano il diritto cinese del lavoro e gli standard ILO (International Labour Organization, agenzia ONU).

In particolare, nella fabbrica che produce giocattoli per la Disney sono state registrate assunzioni di lavoratori minorenni, nonostante il diritto del lavoro cinese permetta di stipulare contratti solo con soggetti di età superiore ai 18 anni.

Inoltre, per ciò che concerne i pasti serviti in caffetteria, la situazione è molto critica. Le condizioni igieniche delle mense sono pessime: i lavoratori lamentano cibo disgustoso e contaminato da peli o sporcizia varia. Se si vuole avere accesso a cibo migliore, i lavoratori devono spendere più soldi.

I fatti più gravi registrati durante il periodo di investigazione, tuttavia, sono due suicidi all’interno della fabbrica stessa. Due lavoratori, di 34 e 38 anni, si sono gettati dal palazzo della fabbrica. L’azienda, pur avendo pagato i primi soccorsi, non ha mai fornito spiegazioni sul gesto ai familiari delle vittime.

In un’altra fabbrica, che produce giocattoli Infantino, Blue Box, Lanvin, si sono registrati turni di lavoro disumani. Addirittura,  si arriva fino 140 ore di straordinario al mese, vale a dire otto ore al giorno di lavoro supplementare e sei giorni a settimana di servizio. I lavoratori possono notificare verbalmente al loro superiore la volontà di non fare  straordinari. Tuttavia, nei periodi di intensa attività, i lavoratori sono praticamente obbligati a farlo, pena licenziamento.

Nella fabbrica che produce giocattoli Mattel, l’ambiente di lavoro è estremamente stressante. Sono stati registrati insulti e maltrattamenti verbali da parte dei capi (“sei un maiale? Cos’ altro sai fare oltre che mangiare?”). Una lavoratrice ha tentato il suicidio ma è stata fermata in tempo dalla sicurezza. Inoltre, sono state documentate pessime condizioni nei dormitori e nei bagni. Sporcizia e mancanza di acqua calda, anche in inverno, sono la normalità.

Il rapporto di Solidar Suisse dimostra come spesso i giocattoli che fanno felici i bambini occidentali vengono prodotti in sfregio alle più basilari regole di diritto del lavoro. Spesso dietro l’etichetta made in China (ma anche Bangladesh, Vietnam e altri Paesi asiatici e non) si cela una storia di sofferenza e di sfruttamento di un altro essere umano, poco più grande o addirittura coetaneo di quello che usufruisce del prodotto finale.

Ciò che noi consumatori possiamo fare è molto. Probabilmente non è giusto boicottare in toto l’acquisto dei prodotti dei brand oggetto del rapporto di Solidar Suisse, ma senza dubbio possiamo informarci e informare gli altri per accrescere la consapevolezza e sensibilizzare l’opinione pubblica. Possiamo partecipare a iniziative come quelle periodicamente promosse da Solidar Suisse e, con il nostro singolo contributo, sollecitare prese di posizione dei nostri governi e stipule di accordi internazionali in materia. Informarsi e partecipare, infatti, non sono solo diritti ma un doveri per i cittadini responsabili.

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