Il lavoro, nuova schiavitù globale

Minatori in Congo, sarte e operai delle tintorie tessili in Bangladesh, i produttori di pelle in India. Sono milioni in tutto il mondo i nuovi schiavi. Uomini, donne ma anche bambini.

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A chi in testa ha immagini di uomini con pesanti catene ai polsi, ai piedi o peggio al collo, a chi è convinto che la questione sia ormai una faccenda ammuffita e polverosa come certi libri di storia che ne hanno trattato l’argomento, in realtà, va detto loro che la schiavitù non è affatto la vergogna di un passato ormai alle spalle. Se ci fosse più d’uno fra voi a pensarla così è giusto che sappia qual è la verità vera. Lo schifo che il presente ancora ci riserva.

Minatori in Congo, sarte e operai delle tintorie tessili in Bangladesh, i produttori di pelle in India. Sono milioni in tutto il mondo i nuovi schiavi. Uomini, donne ma anche bambini. Alla faccia di Papa Francesco che, celebrando il Natale, ha detto di vedere Gesù proprio nei volti dei bambini. Soprattutto in quelli che sono costretti a “sopravvivere agli Erode di turno che per imporre il loro potere e accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente”.

Uomini, donne e bambini che, il più delle volte, lavorano in condizioni pericolose e disumane. Sputando sangue, sudore e lacrime per conto di grossisti ai quali fanno capo le aziende di tutto il mondo. Lo sfruttamento che rasenta la schiavitù è la norma. In fabbriche che somigliano più a gironi infernali della Commedia dantesca, dove oltre a mettere a rischio la propria salute e qualche volta la vita stessa, i lavoratori non godono di alcun diritto. Emblematico fu il rogo del 2012 in Pakistan in cui morirono 260 persone, bruciate vive tra le fiamme di un incendio scoppiato in una fabbrica tessile.

Così, per contrastare il fenomeno e migliorare le condizioni di lavoro nei Paesi in cui tutto ciò è la regola, cinque anni fa, le Nazioni Unite presentarono tutta una serie di norme da applicare a livello mondiale. L’obiettivo era quello di responsabilizzare l’industria, facendo sì che il processo produttivo si adeguasse a standard internazionali vincolanti sui diritti umani. A cinque anni di distanza però, quegli obblighi tanto auspicati, si sono annacquati in semplici e inutili raccomandazioni di cui quasi nessuno nel frattempo ha tenuto conto. Alla fine è sfociato tutto in un nulla di fatto. Nada. Niet. Nothing.

E anche la Germania che aveva solennemente promesso di sposare gli orientamenti indicati dalle Nazioni Unite, di fronte alla pressione esercitata dalle lobby contrarie al provvedimento, ha fatto dietrofront. Ha calato le braghe. Ironia della sorte, proprio com’è accaduto di recente con la ratifica dell’UE riguardo all’utilizzo per altri cinque anni del glifosato. Una decisione, quella presa a proposito del potente erbicida cancerogeno, approvata grazie al voto del Ministro per l’agricoltura tedesco, il cristiano democratico Schmidt, folgorato pure lui sulla via di Damasco.

L’esempio della Germania è illuminante. Di come, sull’altare degli interessi economici, non ci si faccia scrupoli a sacrificare la propria anima. In pratica, è bastata la pressione del Ministro delle finanze per far sparire tutti i requisiti vincolanti per le aziende. Ad esempio, non esiste più una legge che obblighi le società a conformarsi agli standard e tantomeno un controllo sul modo in cui le società applicano le linee guida dell’ONU. Con doveri e obiettivi che all’improvviso diventano raccomandazioni facoltative. Mentre all’inferno le condizioni di lavoro restano quelle di sempre. Schiavi, nei secoli dei secoli. Amen.

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