Le connessioni tra Eni, P2 e le banche svizzere.

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Le infiltrazioni delle logge massoniche nel settore pubblico e privato italiano non sono mai state un mistero. Tuttavia, pochi uomini di potere hanno ammesso pubblicamente l’incombente presenza della longa manus della massoneria nella vita pubblica italiana.

Uno di questi è Franco Bernabè, amministratore delegato dell’ENI dal 1992 al 1998, il quale, in occasione della recente commemorazione di Leonardo Maugeri, responsabile dell’ufficio studi e pianificazione e presidente delle attività chimiche della multinazionale, ha portato alla luce dei retroscena inediti. Bernabè ha rivelato l’esistenza di una rete occulta che si serviva dell’ENI per finanziare partiti politici con soldi depositati in banche svizzere, informazioni delle quali era in possesso lo stesso Maugeri, suo stimato collaboratore ai tempi del suo incarico, e sulle quali stava scrivendo un libro, purtroppo mai terminato a causa della sua prematura scomparsa.

Quelle di Bernabè sono dichiarazioni clamorose perché riguardano la più importante multinazionale italiana, creata dallo Stato come ente nel 1953 sotto la presidenza di Enrico Mattei e trasformata in Società per Azioni nel 1992.

L’Eni, originariamente Ente Nazionale Idrocarburi, è attiva nei settori del petrolio, del gas naturale, della petrolchimica, della produzione di energia elettrica, dell’ingegneria e costruzioni. Sesto gruppo petrolifero mondiale, nel 2008  viene inserita dalla rivista Forbes al 38esimo posto dei maggiori 2000 gruppi a livello mondiale e prima tra le aziende italiane. Oggi Eni è presente in 73 Paesi e conta circa 33.000 dipendenti in tutto il mondo. Svolge attività di esplorazione, sviluppo ed estrazione di olio e gas naturale in 44 Paesi, è attiva nel trading di olio, gas naturale, GNL ed energia elettrica in 33 Paesi, e commercializza carburanti e lubrificanti di qualità in 23 Paesi. Opera in 27 Paesi in Europa, 21 in Asia, 14 in Africa, 7 in America. Attualmente lo Stato italiano detiene, tramite Cassa Depositi e Prestiti S.p.A e il Tesoro e il Ministero dell’Economia e Finanze, circa il 30% delle azioni ENI.

L’Eni non è una “semplice” multinazionale, ma ricopre un ruolo geopolitico estremamente importante. Fu il suo fondatore, Enrico Mattei, a conferirle  il ruolo di Ministero degli Esteri non ufficiale. E, difatti, l’Eni ha inciso in maniera determinante nella politica estera italiana e mondiale, al punto che alcuni sostengono che abbia più rilevanza il suo Presidente che il Ministro degli Esteri. Mattei seppe intuire l’enorme potenzialità dei paesi africani e del Medio Oriente, coi quali solidarizzava per il passato coloniale e ai quali apriva una porta senza precedenti per rapporti paritari, riconoscendo loro rango e dignità di stati “veri”, non più di entità di seconda categoria. E di questa sua intuizione riuscì a convincere, non senza difficoltà, i partiti democristiani di allora, mettendoli in imbarazzo nei confronti dell’alleato statunitense. Amintore Fanfani dovette inventarsi il termine “neoatlantismo”, per giustificare questa apertura verso il Medio Oriente. Mattei, tuttavia, acquisì sempre più importanza, al punto che era quasi impossibile, per i governi in carica, assumere iniziative di politica estera senza il suo consenso. I traguardi raggiunti da Mattei furono notevoli: ricostruì i rapporti con la Persia, ne allestì con la Libia ex-colonia italiana, stabilì un contatto importantissimo con l’Egitto, autorevole e pressoché unico interprete del mondo arabo, con la Giordania, si inserì nei tesi rapporti tra Francia e Algeria, e si occupò dei problemi interni e internazionali, arrivando per giunta a proporre una sorta di ente trans-nazionale che potesse pacificarli, rappresentarli nei loro rapporti col mondo occidentale e offrire loro protezioni commerciali. Si ritiene che l’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, abbia poi tratto più d’una ispirazione da quelle proposte di Mattei.

L’Eni è però sempre stata protagonista di scandali di vario genere. Dalla morte misteriosa di Enrico Mattei in un incidente aereo nel 1962, allo scandalo Petronim, ai fondi neri e alle accuse di evasione fiscale e tangenti internazionali.  Le dichiarazioni di Franco Bernabè, tuttavia, fanno luce su un aspetto finora oscuro: il ruolo della massoneria e i suoi tentacoli nella politica italiana, nonché sulla capacità delle logge di servirsi di aziende pubbliche e poteri dello Stato per esercitarvi un controllo capillare.  

La presidenza di Bernabè si inserì in un periodo molto particolare nella storia contemporanea italiana: l’era di Tangentopoli e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che cambiò profondamente l’assetto della politica italiana. La P2 di Licio Gelli aveva radici profonde nell’ENI: risultarono tesserati alla loggia molti presidenti ed ex presidenti ENI e anche il presidente della Sofid, intermediario finanziario interno alla multinazionale. Appartenevano alla loggia segreta anche tutti coloro che ebbero un ruolo nello scandalo Petromin e furono i depositi di liquidità dell’Eni a finanziare le consociate estere del Banco Ambrosiano, la banca della P2 presieduta da Roberto Calvi. Con i minori interessi percepiti dall’Eni su quei depositi, Calvi costituì la provvista per pagare al Psi di Bettino Craxi la tangente sul conto Protezione.

Secondo Bernabè, il sistema massonico cercò di impedire il ricambio manageriale che egli aveva intrapreso dopo l’arresto del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari . La P2 vedeva nella sua presenza all’Eni un ostacolo insormontabile alla continuazione del sistema affaristico che esisteva prima della sua nomina. Gli attacchi contro Bernabè si intensificarono nella primavera 1994: il polo di centro destra aveva vinto le elezioni generali e si avviava ad occupare tutti i posti di potere disponibili, grazie al clima favorevole del primo governo Berlusconi. Persino la Guardia di Finanza, ricorda Bernabè, confezionò “un rapporto basato su congetture e illazioni “che aveva come unica finalità quello di coinvolgerlo in fatti di natura penale. Un rapporto che al successivo esame da parte dei PM si dimostrò del tutto privo di riscontri. La campagna massonica contro Bernabè proseguì fino al 1998, con l’avvio da parte della Procura di Perugia di “una minuziosa indagine per ricostruire la storia del rapporto tra l’Eni e il pool di Milano”, e cessò nel novembre di quell’anno con la sua nomina ad amministratore delegato di Telecom Italia. Il suo successore continuò la sua opera di ricambio manageriale e di aumento della capacità estrattiva dell’Eni, finché un nuovo governo Berlusconi consegnò la guida del gruppo a Paolo Scaroni, che farà di Luigi Bisignani, condannato nel processo per le tangenti Enimont, il suo principale consigliere.

Lo scandalo ENI, tuttavia, porta fino in Svizzera. A partire dal 1982, il sistema massonico era emigrato in una struttura svizzera gestita da Pier Francesco Pacini Battaglia, la Banca Karfinco con sede a Ginevra, che aveva proseguito in modo diverso ma con la stessa efficacia l’attività precedente. Pier Francesco Pacini Battaglia fu interrogato dal pool Mani Pulite ma, clamorosamente, mai condannato. Il banchiere italo svizzero venne ribattezzato da un giudice del pool con una definizione rimasta celebre: “Uno appena sotto Dio”. E infatti centinaia di miliardi destinati dall’ Eni ai vertici dei partiti italiani erano passati nella Karfinco .Pacini Battaglia poi provvedeva a farli arrivare in Italia attraverso la Fimo, una società di spalloni utilizzata anche dei riciclatori del clan Madonia. Bernabè ne aveva parlato a lungo anche con Carla del Ponte, e ciò aveva contribuito a far aumentare le pressioni per destituirlo dalla guida della multinazionale.

Il ruolo dei depositi presso le banche svizzere fu fondamentale, perché alimentò il sistema massonico e contribuì ad incrementare corruzione e tangenti internazionali, spesso andando a finanziare affari loschi e dittatori nei Paesi in via di sviluppo. E ciò fu possibile grazie al permissivo segreto bancario, caposaldo del sistema bancario svizzero, da molti rimpianto ma oggi fortunatamente abolito. Perché la corruzione e il malaffare per prosperare hanno bisogno di reti, di connessioni, di relazioni che riguardano più Paesi. Nessuno è escluso, come insegna la P2,  e anche gli Stati più virtuosi, come la Svizzera, possono esserne coinvolti.

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