Lo stalker: io non dimissiono

Yannick Buttet, vicepresidente PPD, nonostante l’accusa di stalking, rifiuta di dimettersi dal Nazionale

Di Redazione

Yannick Buttet, sotto inchiesta penale per stalking non ha intenzione di dimettersi. Un’altra pagina vergognosa di politichetta d’avanspettacolo.

Come alcuni dicono giustamente, dire che il PPD sta passando un brutto momento è un eufemismo. Messe da parte le traversie cantonali, ci pensa ora la dimensione nazionale a dare un’altra botta ai popolari democratici, con le performances di Yannick Buttet, vice presidente del PPD svizzero. Il vallesano era stato colto di notte nel giardino della sua ex amante, ciucco come una botte di Fendant. L’aveva inoltre stalkerata con chiamate  e messaggi fino a spaventarla a morte.

A scanso di equivoci, per noi le questioni della prevaricazione verso le donne, delle molestie, delle violenze, sono sempre state un concetto primario. Sensibilizzare e denunciare sono i pilastri, secondo noi, della lotta a questo modo di pensare, che ha retaggi paleolitici.

Ci piace pensare, da maschi del ventunesimo secolo, di esserci lasciati alle spalle le clavate in testa alle compagne per redimere discussioni domestiche. Ma evidentemente ci illudiamo.

Ma dicevamo di Buttet, che a sentire altre voci in Parlamento, non sarebbe nuovo a comportamenti sessualmente fastidiosi e aggressivi, soprattutto se in balia del vino tanto amato dai vallesani. A onore del PPD, Buttet è stato immediatamente sospeso. Lui non molla però, vuole mantenere la sua cadrega al Nazionale, e contrattacca:

“Tutto questo potrebbe distruggere la mia vita. Essere paragonato a Harvey Weinstein ferisce me e la mia famiglia (…): Non sono uno stalker. Sono solo stato un po’ “scortese” sotto gli effetti dell’alcool”.

Lui è stato un po’ scortese e noi siamo quasi un po’ commossi. Apprezziamo che Buttet voglia tenere insieme i cocci della sua famiglia, ma forse avrebbe dovuto pensarci prima. Ciò che è invece irritante è quella classica manfrina che tende a minimizzare. A noi piace pensare che il popolo, quando lo ha votato, non immaginasse che il buon Yannick girasse ebbro nei giardini delle amanti per spaventarle. È già una cosa preoccupante per un normale cittadino, infatti c’è un’inchiesta penale, figuriamoci per un deputato.

Ma oggi lo sappiamo, la vergogna è sdoganata. Per dimettersi bisogna avere sul gobbo almeno un omicidio preterintenzionale, sennò cucca.

Buttet, alla faccia del suo partito che deve vergognarsi per lui in differita e dei suoi elettori, non si dimette. E noi siamo spettatori di questo teatrino sempre più triste, con l’idea indomita e nitida che l’etica abbia ancora un senso.

Certo è che il suo partito, oltre che dissociarsi, dovrebbe anche fare concretamente qualcosa per mandarlo a spasso, lo deve alle persone per bene che ci sono nel PPD come in tutti i partiti e che non sono necessariamente la minoranza.

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