In nome dell’ora di religione

Isteriche reazioni del PPD alla possibilità ventilata di mettere in discussione l’insegnamento religioso nella scuola media, già ampiamente in calo di frequentanti

Di Fabio Amorth

Parole dure, parole forti. Quelle espresse dal PPD ticinese riguardo alla possibilità, in futuro, di svincolare la scuola media dal cosiddetto “insegnamento religioso” che – seppur facoltativo, intendiamoci – altro non è che un’ingerenza all’interno di un’istituzione laica di un’entità i cui principi fanno capo alla Fede, con la effe maiuscola, e non certo alla ragione. E che sia la pancia e non la testa a parlare a nome di chi trova la cosa inammissibile è ancor più evidente a chicchessia leggendo le dichiarazioni al vetriolo scatenate dall’averne anche solo ipotizzato l’abolizione. Un’ora peraltro già oggi ampiamente disertata. Soprattutto alle medie, dove la percentuale dei partecipanti è appena del 42%. Nemmeno uno studente su due.

Così potrà non piacere, ma è un fatto. Gli allievi delle scuole elementari e medie del bel Ticino che, per volontà dei genitori, seguono ancora i corsi in questione sono in continua e costante diminuzione. Si calcola di un buon 20% in meno negli ultimi 15 anni. Un’erosione per la quale non è previsto un cambio di rotta all’orizzonte. Ed ecco probabilmente svelato il perché, da un manipolo di manigoldi bolscevichi che s’annidano nel PS, è stata ventilata la possibilità di “mettere in discussione anche l’insegnamento della religione nelle classi I, II, III”. Soprattutto se l’andazzo dovesse rimane quello osservato finora.

Apriti cielo! C’è del fanatismo a sinistra. Tuona il PPD che ci spiega anche l’unica vera ragione alla base di questa subdola e inaccettabile richiesta: l’ora “va abolita tout court, essendo il messaggio evangelico di amore, pace e fratellanza nonché aiuto al prossimo, un pericoloso esempio di civiltà che va contrastato ed eliminato dal pianeta”. Peccato solo che “amore, pace e fratellanza” non siano un copyright del Cristianesimo né tantomeno delle religioni più in generale.

Insomma, a guardarla dalla giusta distanza, l’affermazione pippidina sembra quella di un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Giusto un tantinello sul maniaco-depressivo andante. E a confermarcelo è ciò che segue.

“Siamo convinti che ad essere pericolosa e preoccupante è la volontà di alcuni nel voler annientare e neutralizzare le tradizioni, simboli e radici della nostra identità e del nostro paese. Un paese che i nostri avi hanno costruito con il sudore e del quale ne andiamo fieri, ma che oggi, in nome di un “approccio neutrale” e di una pseudo integrazione portata all’eccesso, per qualcuno deve spingersi addirittura a vergognarsi delle proprie radici”.

Annientare. Neutralizzare. Sconfiggere e distruggere manco fosse una guerra. Per poi vergognarsi di cosa? Qui nessuno si vergogna di nulla. Tanto meno delle proprie radici. Ma non di sole radici è fatto un albero la cui potatura, tesa a eliminare i rami secchi e ormai inutili, è fondamentale se desideriamo che la pianta cresca forte e rigogliosa.

A darci fino in fondo lo spaesamento della banda PPD è però la conclusione.

“Ma se si continua di questo passo, ci sarà chi vorrà abolire il Natale, i presepi, il San Nicolao, le feste popolari e magari anche il dialetto ticinese, per far largo a proposte sconclusionate come il riconoscimento di nuove lingue nazionali”.

Il Natale? È un po’ triste giocarsi il Natale come se fosse la nostra carta d’identità. Davvero vogliamo fare della nascita di Gesù, di questa ricorrenza, il modello delle nostre tradizioni? Principale baluardo del consumismo. Con un vecchio avvinazzato in buffo completo rosso, in preda alla smania compulsiva degli acquisti. Con la scusa dei regali. Del tutti più buoni almeno a Natale. Con tanto di lucine, addobbi, neve finta e altro ciarpame. Un mercimonio che, in confronto, i mercanti del tempio eran verginelle. Una festa che si è progressivamente svuotata di senso, proprio come le aule di religione.

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