Addio Dolores, il cielo d’Irlanda oggi è più grigio

Morta improvvisamente Dolores O’ Riordan, leader dei Cranberries

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L’abbiamo suonata tutti. Mi minore, do, sol, re. Chiunque abbia preso in mano uno strumento è passato anche da questi quattro accordi, non si scappa. Una linea di basso semplice, una chitarra suonata un po’ così così, batteria essenziale. E soprattutto da quel ritornello usato, abusato, storpiato, ormai diventato una specie di mantra collettivo: “What’s in your head, in your head, zombie, zombie”. Non so dire quante volte, con quante persone ho suonato “Zombie”, fin dalla prima volta, alla mia primissima esibizione live, saranno passati vent’anni. Perché si, diciamolo, c’era Promises, Salvation, Just My Imagination, tutti pezzi che fanno parte della memoria collettiva di noi figli degli anni Novanta. Ma quella era LA canzone dei Cranberries. Su un palco con Fede, in spiaggia, in piazza con PP e compagnia bella, ci abbiamo provato tutti a fare la voce spezzata come Dolores.. Quella voce contorta, tesa al punto che sembra che il fiato le si stia strozzando in gola, straziato dalle immagini della guerra, che sia la guerra civile sommersa, i Troubles, che per anni hanno insanguinato l’Irlanda, o un po’ tutte le guerre del mondo, e le madri, e i figli stravolti da esse: “with their guns and their bombs, and their bombs, and their guns..”.

E il fiato in gola mi si è strozzato davvero un po’ leggendo che quella voce che ci ha regalato “Zombie”, ma anche tante altri pezzi memorabili, ha smesso di cantare. Dolores O’ Riordan, la voce dei Cranberries, la band irlandese che ha cavalcato le classifiche per buona parte degli anni Novanta, si è spenta improvvisamente a 46 anni. Ancora incerte le cause, la famiglia è stretta nel totale riserbo.

È come se un altro pezzetto, però bello grosso, di vita passata se ne andasse. Come se la musica che senti di sottofondo mentre scorrono gli anni all’improvviso si fermasse, con l’assordante rumore della puntina che striscia sul disco. Dolores O’ Riordan lascia un vuoto immenso in chi, come me, l’ha seguita fin dagli esordi, o meglio, dall’uscita di quel No Need To Argue che sarà il disco del successo dopo l’esordio di Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We?  che fino a quel momento, diciamo, non s’era filato nessuno. Un disco di un pop malinconico, in cui a Zombie si affiancano una serie di brani dall’atmosfera elegiaca, che sanno di vecchi album di famiglia sfogliati davanti al camino mentre al telegiornale riportano brutte notizie. Seguiranno altri album, di successo ma, probabilmente, privi di quella sorta di beata e genuina ingenuità che contraddistingueva quei quattro bravi ragazzi irlandesi. Kurt Cobain aveva fatto divampare la sua fiamma nichilista pochi mesi prima a fucilate, due anni prima gli Alice in Chains con Dirt avevano sputato sulle scene musicali la tossicodipendenza in tutta la sua crudezza, ed in mezzo a questo furore grunge, all’improvviso, spuntava un’isola di serenità e intimità, una porta chiusa per lasciare fuori il mondo e le sue turbolenze, pur con un occhio attento a quello che succede intorno.

I Cranberries hanno rappresentato la migliore espressione musicale per l’Irlanda, che dopo il boom di artisti come gli U2 e Bob Geldolf negli anni 80 era rimasta un po’ ai margini del panorama musicale, soppiantata dall’ondata grunge proveniente dagli USA. Questa è l’eredità che ci lascia Dolores: un immenso talento compositivo e una voce dal timbro unico e inimitabile. Da ieri, quando canteremo quel ritornello inflazionatissimo, nella nostra testa, per parafrasare, avremo questa donnina bassina, minuta, i suoi zigomi altissimi e il capello sempre cortissimo, e non riusciremo ancora a capire da dove potesse cacciar fuori quella voce.

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