“Lenticchie alla Julienne”, lo sberleffo di Albanese agli chef in TV

Antonio Albanese, nei panni dello chef Alain Tonné, il nuovo grande guru della gastronomia italiana, prende per i fondelli gli chef ormai star della televisione in «Lenticchie alla julienne»

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I comici la vedono lunga, è risaputo. Forse perché confrontati regolarmente con un pubblico che non è elitario o appartenente a qualche schiera, forse perché il miglior modo di osservare la realtà resta sempre … l’ironia. Chi sa? Fatto gli è che Dario Fo, addirittura, ha vinto un Nobel, Beppe Grillo è al timone del probabile primo partito in Italia, Maurizio Crozza resta il più ambito ospite per teletrasmissioni politiche. Perché come introduce lui il tema non c’è nessuno. Con tutto il rispetto per gli appena citati, a chi scrive piace tantissimo Antonio Albanese. Perché i testi se li scrive tutti lui (non come Grillo o Crozza, che hanno alle spalle tutta una redazione) e perché nella sua piccola grande storia ha centrato l’obiettivo come pochi. Ancora oggi ricordiamo il fulminante «Mio nonno ha creato l’azienda, mio papà ha costruito il capannone, io l’ho triplicato e mio figlio si droga»: in una frase tutta la storia di una generazione di piccoli imprenditori del nord arricchiti anche troppo in fretta e restati poi a piedi. E finiti nella rabbia leghista. Oppure Cetto La Qualunque, i cui deliri non si sono poi rivelati tanto lontani da una certa realtà. E poi quando ha inventato il «ministro della paura». Infine, ma non da ultimo, il personaggio del sommelier, quello che dopo un’estenuante «messa in scena», con assaggi e risucchi, giochi di lingua e gargarismi in diretta,  dopo espirazioni con coefficiente di difficoltà massima, dopo le cerebrali disquisizioni su gusto e retrogusto…emetteva il suo inappellabile verdetto: «per me questo vino è rosso».

Ora, e non ci si poteva attendere altro, eccolo nei panni di Alain Tonné, il nuovo grande guru della gastronomia italiana. Guai a chiamarlo cuoco: lui è chef, lo chef, il supremo chef. La firma più ambita, la star che tutti osannano e vogliono. Tant’è che i suoi menu diventano leggenda prima ancora di essere concepiti: si pensi al «gabbiano in crosta con lenticchie alla julienne», alla «Mousse di cervo albino», allo «sbadiglio di branzino al timo»… . Si tratta ovviamente di una presa di fondelli di certi atteggiamenti veicolati da presenze oramai dilaganti sul piccolo schermo. Una moda che ha tracimato senza fare prigionieri. In ogni momento della giornata, su qualsiasi canale televisivo, ecco il programma di cucina. Con le sue star e con le sue ricette. Sia chiaro, ce n’è di belli e/o interessanti. Ma il troppo ovviamente stroppia. E certe derive sono davvero sbalorditive, si pensi al libero insulto vigente nella gara gastrotelevisiva diventata format mondiale … .

E dunque il libro di Albanese è una boccata d’aria fresca. Che fa ridere (anche per non piangere), che smitizza e in certi casi non si priva del sarcasmo più duro. Quando racconta delle trasferte di Alain Tonné (in Alto Adige e in Sicilia, a Davos e a Milano: chiamato alle imprese più mirabolanti, come ad esempio cucinare ammanettato) Albanese è giustamente feroce e quando trascrive le ricette… allora per il lettore la risata è garantita. Ogni tanto ci vogliono «un paio di porri essicati all’ombra, «una rana a pois del Borneo», «una ciotola bizantina di fiorone di capra invecchiato parecchio», «pane raffermo quanto basta», e infine immancabile, il sale dell’Himalaya. Si ride e si riflette con Albanese.

 

«Lenticchie alla julienne» , di Antonio Albanese, 2017, Feltrinelli, 2017, tr. pag 171, Euro 15,00.

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