PS, il pensiero non cambia

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Non pochi – tra cui il presidente Christian Levrat – sono convinti che sulla riforma AVS 2020 i movimenti femminili, la GISO e i sindacati hanno disarcionato il partito.

Il tema: non voler cercare compromessi con i moderati.

Bisogna però sempre fare attenzione quando si cercano capri espiatori.

Erano infatti anche donne come Ruth Dreifuss e Marina Carobbio o giovani come Cedric Wermuth a voler quel duro compromesso, che alzava l’età pensionabile di noi donne, già condannate ad avere un salario più basso di quello degli uomini.

Sulla riforma fiscale-sociale sembra che stia andando di nuovo così: di fronte al compromesso cercato e trovato dal nostro Consigliere di Stato e dalle nostre e nostri parlamentari è ora caccia al capro espiatorio. C’è chi infatti alla scorsa conferenza cantonale ha deciso di apostrofare i nostri rappresentanti nelle istituzioni come traditori.

Eppure l’arte della politica è proprio quella di riuscire a fare i compromessi con i moderati. Sempre? No: talvolta è necessario, talvolta va evitato in tutti i modi. Questo però va riconosciuto, non demonizzato.

Invece di creare dei progetti comuni (come chiesto nell’accorato intervento dell’ex consigliere di Stato Pietro Martinelli), nel PS talvolta sembra più pagante la via della contrapposizione interna, mascherandola per una battaglia ideologica che in realtà non esiste. Guardiamo infatti con attenzione i profili politici delle persone che si scontrano: sono molto simili, quando non uguali. Certo è però che quello che cambia, in queste discussioni, è l’approccio ai problemi.

Una differenza che altrove è di molto attenuata grazie ad un sano pragmatismo. Nelle maggiori città svizzere, le varie ali della sinistra dialogano e stanno assieme, invece di fare ogni volta con una certa ingenuità delle tragedie greche. In questo modo – e non stupiamoci – riescono ad essere in maggioranza. Perché in Ticino non si riesca a farlo, in realtà è un mistero mascherato da contrapposizioni ideologiche.

Il PS deve ritornare a lavorare nell’unità e nella consapevolezza che bisogna ascoltare tutti, ognuno con la sua esperienza. Non si pensi che sia semplice lavorare in minoranza in un esecutivo di destra. Ma noi socialisti dobbiamo riuscire a mostrare con i fatti che sappiamo realizzare quello che diciamo di voler fare, anche a piccoli passi. Che senso ha ritrovarsi a fare delle battaglie di posizione fra pochi al posto di cercare delle vie concrete da percorrere?

Siamo oggettivi: nel PS continuiamo a fare grandi discorsi alternativi, senza però essere presenti nelle organizzazioni di base. Abbiamo perso molto attivismo sul territorio. Ci manca il ricambio generazionale. Ci mancano le donne. Ci manca la vicinanza con le questioni reali e ci manca anche la volontà di evitare spaccature interne. Eppure nel PS ci riconosciamo tutte e tutti in un’economia che deve avere maggiore responsabilità sociale, ci riconosciamo nella necessità di avere contratti collettivi, salari minimi, di aiutare i più deboli e ridistribuire della ricchezza. Anche se discutiamo e ci dividiamo sui dettagli, il nostro pensiero di riferimento non cambia.

Sono traditori coloro che hanno strappato degli accordi parlamentari concreti per il sociale di fronte a delle riforme fiscali di destra? È facile pensare che basti lanciare un referendum per bloccare l’avanzata delle riforme fiscali. Talvolta l’opposizione referendaria non basta: il lavoro compromissorio parlamentare e negli esecutivi è spesso centrale e può essere una vera diga contro queste riforme unilaterali, che spesso trovano il consenso della popolazione – anche grazie a campagne pubblicitarie molto costose.

Le nostre e nostri parlamentari – nessuno tacciabile d’essere conservatore – hanno firmato l’accordo perché la destra in Ticino non è sociale, ma assistenziale. Hanno cercato, nonostante tutto, di pensare a tutti, non solo ai pochi privilegiati e di non perdere quanto ottenuto, come sta invece ora avvenendo con la previdenza 2020.

La loro posizione sulla riforma fiscale-sociale era legittima. La conferenza cantonale del PS a Camorino ha deciso di seguire un’altra strada. È stato un accordo preso in un ambiente costruttivo. Appoggiare il referendum è certo legittimo.

Nei media si parla già di vittorie e sconfitte. Ma non si tratta di questo: da sempre il PS dibatte nel suo interno in modo intenso, spesso scegliendo posizioni più radicali di quelle dei propri eletti. Nonostante ciò, continuiamo a lavorare nelle istituzioni. Confrontarsi fa parte della nostra cultura di partito.

La storia ci insegna che spesso coloro che prima erano ferventi fautori della linea dura, poi -arrivando al governo – si sono messi al lavoro cercando quei compromessi che prima tacciavano di essere traditori. Con buona pace delle tragedie greche.

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