Renzi e la proposta di un salario minimo

Il PD sembra orientato a proporre un salario minimo legale. Ma si tratta, probabilmente, di una proposta “acchiappa voti”, più che un’idea concreta.

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A due mesi dalle votazioni politiche italiane, la campagna elettorale è ormai entrata nel vivo. Matteo Renzi, leader del Partito Democratico, sta animando il dibattito più carico che mai, con l’obiettivo di accorciare le distanze che separano la sua coalizione dal Centro Destra e, soprattutto, dal Movimento Cinque Stelle.

Per la sua corsa verso Palazzo Chigi, Renzi ha affermato di voler puntare sui contenuti, piuttosto che sugli slogan; sulla lotta alle “fake news” che avvelenano il clima politico nazionale e internazionale; sul prefissare obiettivi ambiziosi ma concreti; sul continuare la “politica del fare”, che aveva caratterizzato il suo governo e portato alla realizzazione di successi come gli 80 euro in più ai lavoratori dipendenti in busta paga e l’abolizione dell’IMU sulla prima abitazione.

E ha annunciato, a sorpresa, di stare lavorando su una proposta a suo avviso fondamentale per far ripartire l’Italia: l’introduzione di un salario minimo.

Quella del salario minimo, che in alcuni Paesi europei e Cantoni svizzeri è già una realtà, è un’idea che aveva iniziato a farsi strada nei circoli giovanili del PD ed era stata presentata a Renzi il quale, in un primo momento, sembrava averla ignorata. In campagna elettorale, tuttavia, l’idea è stata rivalutata seriamente e attualmente è al vaglio dei tecnici.

In particolare, se ne sta occupando Tommaso Nannicini, responsabile del programma elettorale del PD nonché professore di economia politica alla Bocconi e ad Harvard.

In una recente intervista rilasciata all’Avvenire, Nannicini ha dichiarato che il lavoro sarà “l’ossessione” del PD nella prossima legislatura. Pur ammettendo segnali di ripresa nell’economia italiana post crisi e un aumento del numero degli occupati di quasi un milione, Nannicini ha affermato che la strada per far ripartire il Paese è ancora lunga.  A suo avviso, occorre rafforzare la qualità dell’occupazione, il divario di costo tra lavoro stabile e temporaneo deve aumentare in maniera strutturale. Da un lato, realizzando un taglio permanente del cuneo contributivo sul tempo indeterminato. E, dall’altro, pensando ad aggravi di costo sul lavoro temporaneo che nello stesso tempo rafforzino i lavoratori e la loro occupabilità, per esempio con una buonuscita compensatoria per chi non viene stabilizzato.
Si deve completare il Jobs Act rafforzando i servizi alla persona, rendendo strutturale l’assegno di ricollocazione per tutti i disoccupati e consolidando il ruolo dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.
E infine, secondo Nannicini, è il momento di introdurre un salario minimo legale che abbracci tutti i lavoratori, all’interno di una nuova cornice per il nostro sistema di relazioni industriali, che combatta i cosiddetti contratti-“pirata” e tuteli la funzione di garanzia del contratto nazionale.

Il salario minimo proposto dal PD non deve essere confuso né con il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5S ma finora non approvato, che viene teoricamente riconosciuto a tutti i cittadini, né con il reddito minimo garantito, attribuito a chi rispetta determinati requisiti imposti dalla legge. Si tratta, invece, di una misura economica che ha lo scopo di impedire che la retribuzione percepita dal lavoratore scenda al di sotto di un livello minimo considerato dignitoso ed ha come effetto anche quello di contrastare il fenomeno della povertà.

Senza dubbio, quella di Renzi è una proposta innovativa, che avrebbe numerosi effetti benefici sull’economia nazionale. Infatti, un salario minimo sarebbe sufficiente a garantire un tenore di vita più dignitoso a quanti ne beneficiano.

Di conseguenza, vi sarebbero risvolti positivi sui consumi: aumentando il potere di acquisto dei lavoratori, infatti, aumenterebbero anche i consumi e la macchina dell’economia si metterebbe di nuovo in moto. Infine, l’istituzione di un salario minimo creerebbe una copertura a vantaggio di quanti restano esclusi dalla contrattazione collettiva. E ciò andrebbe a vantaggio soprattutto di alcune aree a rischio, quelle costituite dai nuovi lavori sempre più flessibili ed ai settori a basso salario che interessano soprattutto giovani, donne e immigrati.

Tuttavia, il salario minimo potrebbe causare anche effetti negativi.  

Innanzitutto, il rischio sarebbe quello di generare una perdita di posti di lavoro o l’acuirsi del fenomeno del lavoro sommerso. Se si imponesse per legge un minimo salariale, vi sarebbero comunque persone disposte a lavorare per meno, ma i datori di lavoro sarebbero obbligati a non assumerli oppure  permetterebbero loro (illegalmente) di lavorare in nero.

Un altro rischio sarebbe quello di appiattire verso il basso le retribuzioni: fissando un minimo salariale mensile unico sarebbe più difficile, poi, difendere il salario più alto di una categoria anche lì dove i sindacati attualmente possono battersi conoscendo le capacità economiche del datore di lavoro.

Fissare un salario minimo unico potrebbe inoltre comportare disparità tra Nord e Sud a causa del costo della vita oggettivamente più basso nel Mezzogiorno rispetto al Settentrione.

La difficoltà maggiore, inoltre, resterebbe sempre quella di stabilire la soglia minima al di sotto del quale il salario non possa scendere, senza dimenticare che l’Italia è uno dei Paesi europei con i salari più bassi e che il minimo salariale non può per legge superare il salario medio.

La proposta del PD è stata formulata finora in modo molto generico, sottolineando esclusivamente i vantaggi che un salario minimo potrebbe portare all’economia e tralasciando del tutto gli svantaggi. I contro di questa ipotesi non sono da sottovalutare, soprattutto in una situazione economica ancora molto fragile e in un mercato del lavoro con notevoli squilibri come quello italiano.

Quella del PD finora appare dunque come una proposta “acchiappa voti”, più che un’idea concreta. Piuttosto, è auspicabile che il PD si concentri sul mercato del lavoro in generale e che ne faccia davvero la sua “ossessione” nella prossima legislazione così come annunciato in campagna elettorale. Perché è dal lavoro che l’Italia deve ripartire.

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