Roger “Avatar” Federer e la mantide religiosa

Federer trionfa agli Australian Open al quinto set contro Cilic, e si commuove fino alle lacrime al momento della premiazione.

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Essere un “avatar”, non saperlo, e piangere come un umano: questo è il secondo Federer, il “revenant”, quello ritornato da un ‘altra epoca (da un’altra sfera) che abbiamo visto vincere il 20esimo grande “Slam” a Melbourne al temine di un’epica lotta contro un avversario che lo ha impegnato allo stremo ma che alla fine ha dovuto soccombere: perché Marian Cilic è un grande uomo, l’altro – (D.F. Wallace in “Federer as religious experience” dixit”) è fatto di “carne e in qualche modo di luce”. E perché in occasione della sfida contro il coreano Chung, recente vincitore a pochi passi da casa nostra del “Next Gen”, il torneo che lancia i grandi del futuro, un evento sommamente insolito si è verificato.

Alle 09. 30 del 26 gennaio 2018 un’enorme mantide religiosa femmina ha preso posto su un tavolino a 20 centimetri dalla sedia destinata a Roger in pausa. “Toppata” dalla TSI, in pubblicità, in primissimo piano su SRG 2 e TSR 2, quando mai una mantide entra in uno stadio di 14800 posti e va a posarsi proprio lì? Meditate se è un fatto normale, o se invece non sia un segnale arrivato da un altro mondo: Roger la degna solo di uno sguardo distratto, incrocia per un attimo il suo viso triangolare, i suoi enormi occhi, addirittura un movimento della bocca ripresa in primissimo piano dal formidabile regista che rivela un profondo rosso, proprio di chi si appresta a divorare la preda, compreso il maschio che la feconda. Federer non perde la concentrazione, o forse non osa decifrare il segnale: per chi è il messaggio, la profezia? Si, perché mantide deriva dal greco “mantis”, “profeta”, colui che legge il futuro. Chi è destinato a soccombere? Facendo capo al pensiero razionale il quesito avrebbe una facile risposta: Federer attira l’avversario nella tela, come un ragno, lo fa correre, lo logora, gli toglie gamba e riflessi.

Così, rovesciando i termini del tempo che scorre spietato, Roger, dopo una lunga pausa, smentendo il dogma “they never come back” (non tornano mai) non solo è tornato, ma ha costretto gli altri a fare qualcosa di più sino alla rottura, uno dopo l’altro: Nadal, Djokovic, Murray, Wawrinka, Nishikori, da ultimo Chung, che Federer in semifinale, nel primo set, ha fatto correre come una trottola da un angolo all’altro sino a procurargli le piaghe sui piedi. Perché Roger, come la mantide, sa essere crudele: in senso religioso. Perché questa è la legge, incruenta, dello sport. La crudeltà è metaforica, è una sostituzione, un “Ersatz” del sangue sparso in guerra.  E quella che al primo set è parsa una passeggiata, “guerra” è stata. Perché, come già, visto, Federer nel corso della sfida improvvisamente da “avatar”, da “reincarnato”, opera una trasformazione a rovescio: si fa umano, sin troppo. Pensa ad altro, perde la concentrazione, ritiene che il caso sia chiuso. E allora, sul 3 a 1, perde il suo servizio a zero e il quarto set 6-3. Un crollo.

Nelle nostre case è una domenica come altre: andiamo a tavola o resistiamo allo schermo TV? Sonia non ce la fa più, “resto in cucina, forse porto sfortuna.” Anche i tecnici la vedono male, e quando Federer, al servizio nell’ultimo set, è sotto per 40 a 15 in entrata, molti, a giusta ragione, pensano che Roger, mai arrivato al quinto set in questo torneo, a 36 anni e mezzo, sia perso. A questo punto, e non è una scena da telenovela messicana, Roger sente l’urlo di Mirka, la moglie-totem. “Svegliati, scuotiti”, tu non sei un uomo normale, torna nella tua pelle, quella di un “avatar”. Roger azzecca 4 formidabili colpi consecutivi e lancia un urlo liberatorio, animalesco. In quel momento tutti hanno capito. La partita, sul punto di essere persa in modo umiliante quasi umiliante, era vinta. Ed eravamo solo sull’uno a zero. E così è stato. Quella ribellione era troppo anche per un formidabile Cilic, cresciuto oltre se stesso. Federer vince in 5 set, l’ultimo per 6 a 1. Alla fine crolla su se stesso, non ci crede. Alla premiazione non trattiene le lacrime. Piangono e si abbracciano i genitori, la moglie, Severin Lüthi, gli altri dell’entourage e Ivan Lubicic, il mago che ha migliorato molto il suo rovescio. E piangiamo anche noi, chissà poi perché. Ma come perché: si usa così, è l’emozione, e poi se piange un “avatar” possiamo farlo anche noi, no?

PS: il regista australiano che ha reso benissimo la “drammaturgia” di questa memorabile partita, cogliendo in primo piano, l’espressione dei protagonisti in campo e fuori, alla fine, stupendo tutti, ha reso omaggio a un connazionale di Federer, tale Lorenzo Quadri. “È un maestro, prima lavoravo con 12 costosissime telecamere, puntate su 12 scenari, dotate di uno zoom capace di tirare in primo piano la bocca di una mantide, o una lacrima: dopo aver sentito una sua dichiarazione alla TSI, (“al giorno d’oggi la TV si fa con un telefonino”) ho buttato tutto, ho pagato il biglietto a 10 ragazzi muniti di smartphone, mi sono messo fra il pubblico a godermi la sfida e ho lasciato fare a loro. Una giornata memorabile, grazie Lorenzo!”

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