Violenza e sfiducia di Stato

Solo un terzo delle vittime dei ricollocamenti familiari messi in atto dalla Svizzera prima del 1981, soprattutto ai danni di minorenni rom, sinti e jenisch, ha fatto richiesta per il risarcimento dovuto. Il motivo? Non vogliono più avere a che fare con lo Stato che li ha strappati alle loro famiglie.

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È un frutto amaro e asprissimo quello dei ricollocamenti extra-familiari messi in atto in Svizzera prima del 1981. E la notizia è che, delle migliaia di giovani ragazze e ragazzi allontanati in maniera coatta dalle proprie famiglie, quasi nessuno di loro ha approfittato del risarcimento previsto per legge. Perché la fiducia non si compra. È questo il risultato di una ricerca, effettuata per conto del Consiglio Federale, allo scopo di capire come mai, delle quasi 15.000 vittime che avrebbero diritto a un sacrosanto indennizzo, solo in un terzo dei casi esse ne hanno fatto richiesta. Per la cronaca, sono 300 i milioni di franchi messi a disposizione dal Parlamento. Soldi che vanno richiesti entro il prossimo 31 di marzo attraverso una domanda di risarcimento.

Dalle interviste condotte per far luce sulle ragioni di questa scarsa risposta da parte delle vittime è emerso che, molti di loro, nel frattempo sono passati a miglior vita. Oppure si sono ammalati. Altri invece non ne vogliono più sapere e basta. Poiché ci sono torti che non si cancellano con un risarcimento. Ma se ne restano lì. Come brace che continua ad ardere sotto la cenere, col rischio che a toccarla ci si ustioni di nuovo. Perché il sale delle lacrime versate non vale granché, anzi. È come sabbia che pizzica, sulla pelle, creando irritazione e fastidio. Vergogna e ulteriore umiliazione.

Dopo aver assaggiato il bastone chi di voi non se ne rimarrebbe a debita distanza ogni volta che ne vedesse impugnare uno? Del resto, la fiducia, è più facile perderla che riconquistarla. E una volta smarrita il danno è fatto. Ecco perché non c’è nulla di peggio della violenza di Stato. Della giustizia che s’inceppa per una qualche sciagurata deviazione di percorso. O per un eccesso di zelo. Fino al punto che, quel carnefice, quel bell’imbusto dallo sguardo diabolico che hai fronte – che è lì di davanti a te che sei la vittima – si chiama Stato.

Lo sanno bene i bambini rom che, in Svizzera, attraverso un famigerato programma di ricollocamento attuato da “Pro Juventute” furono strappati alle loro famiglie d’origine e affidati perlopiù a dei contadini. E le molte ragazze che  furono addirittura sterilizzate. Solo verso la fine degli anni Sessanta i rom e gli zingari crearono un’associazione con la quale iniziarono una lotta giuridica e politica che portò alla fine di questa barbarie. Un olocausto del quale, il Consiglio federale, ha fatto pubblica ammenda soltanto nel 1986.

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