Andare oltre il carcere, una svolta culturale difficile

Dal 1 gennaio reintrodotto in Svizzera il carcere per reati minori. Ma il modello di sanzioni incentrato sulla detenzione è un retaggio culturale da superare

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Dal 1 Gennaio di quest’anno, in Svizzera è più facile andare in galera anche per reati minori. Il nuovo ordinamento sanzionatorio, infatti, ha reintrodotto la carcerazione da un minimo di 3 giorni a un massimo di 6 mesi. Allo stesso tempo, il limite massimo della pena pecuniaria, che è stata comunque mantenuta, è ridotto da 360 a 180 aliquote giornaliere, pagabili non più entro 12 ma entro 6 mesi, e non più sospendibili parzialmente. Insomma, il giudice può decidere di mandarti in gattabuia anche per un reato che in precedenza era sanzionato con una pena pecuniaria. L’unica buona notizia, se vogliamo, è la possibilità di ottenere i lavori di pubblica utilità come alternativa al carcere e non come sanzione a sé stante, o l’applicazione del braccialetto elettronico, ammessa definitivamente dopo la sperimentazione, ma che a sua volta è ammissibile in presenza di una serie di requisiti e, soprattutto, sarà pagata dal condannato al costo di 15 franchi al giorno.

Tutto questo nonostante, come riporta TIO, le strutture carcerarie registrino dei problemi di sovraffollamento nella Svizzera latina, con un tasso di occupazione del 107%. Sono cifre, intendiamoci, ben lontane da altre realtà come quella italiana, ad esempio, dove il sovraffollamento carcerario raggiunge livelli obiettivamente disumani, ma lasciano molto riflettere su un modello sanzionatorio che, nel 2018, inizia a far acqua da tutte le parti.

Stando a sentire Gobbi, in una dichiarazione di qualche mese fa al riguardo, “ci si è resi conto come l’effetto educativo, deterrente e sanzionatorio della pena pecuniaria avesse mancato i suoi obiettivi, sia verso la persona condannata sia nella percezione della popolazione”. Fermiamoci un attimo su quest’ultimo punto: la percezione della popolazione. Cosa vuol dire? Vuol dire forse che per assecondare l’(ahimè) naturale inclinazione forcaiola e manettara della massa è necessario sbattere più gente in galera, anche per reati minori, essenzialmente legati alla circolazione, agli stupefacenti o alla legge sugli stranieri? Parliamoci chiaro: l’idea del carcere come pena riabilitativa e rieducativa, finalità proprie di ogni ordinamento penale che si dica civile, è una favoletta per anime ingenue. Di fatto, esso assolve ad una funzione prettamente punitiva, secondo un modello di giustizia puramente retributivo: hai fatto X, ti do Y. Ti escludo dalla società, ti metto fra 4 mura in 10 metri quadri insieme a “quelli come te”, a “riflettere sui tuoi errori”. E non si capisce a cosa serva questo se parliamo non di persone socialmente pericolose, ma di criminali da quattro soldi, colpevoli di reati minori: è semplicemente, diciamolo chiaramente, un osso lanciato al popolino che sbava bramoso di vendetta e di sangue. Quel popolino al quale della rieducazione e del reinserimento sociale del reo non frega assolutamente nulla, quello che se potesse si darebbe al pubblico linciaggio. E l’abbiamo visto anche dalle nostre parti, con il coro indignato e schiumante che berciava contro la pena pecuniaria inflitta a Lisa Bosia, strillando che “deve andare in galera!!!”. Cos’è, questo, se non puro spirito punitivo, estraneo a ogni idea di riabilitazione del reo? E fa specie che lo Stato, anziché progredire verso sistemi penali realmente incentrati sul recupero della persona, decida di fare un passo indietro e tornare a rivelare il suo volto punitivo, sbattendo in galera quelli che fino a 2 mesi fa puniva con una pena pecuniaria.

Il carcere come sistema sanzionatorio è un istituto ormai radicato quasi a livello inconscio.  Come sosteneva Luigi Manconi (ex portavoce dei Verdi Italiani ed ex deputato, nonchè esponente di Amnesty) in un articolo apparso su “Internazionale” un paio d’anni fa, è difficile immaginare, a livello di mentalità collettiva, una sanzione che prescinda dal rinchiudere una persona entro quattro mura per un dato periodo di tempo. È un’abitudine, un fatto ormai acquisito, come sostiene ancora Manconi, legittimato dall’opinione di Beccaria che, tuttavia, nei suoi intenti proponeva il carcere come alternativa a pene all’epoca ben più gravi, a partire della pena capitale. Insomma, quello che per Beccaria, nella sua concezione illuministica, era il male minore, una sanzione in un certo senso “progressista” rispetto ai tempi, è diventata ai giorni nostri la norma. E per tale motivo, a maggior ragione, la detenzione va superata, o quanto meno modificata come istituto: quella che ai tempi di Beccaria era la punizione “umana” in confonto a quelle in vigore ai suoi tempi, al giorno d’oggi diventa spesso una vera e propria forma di tortura disumana, in cui la finalità rieducativa è inesistente. Pensiamo ad esempio all’istituto del carcere duro in Italia, il cosiddetto 41 bis, già sotto gli occhi dell’ONU e della Corte di Strasburgo per le continue, ripetute violazioni della dignità umana dei detenuti, o, per restare vicini a noi, alle carceri pretoriali, chiuse nel 2006 dopo le ripetute denunce di Amnesty International. O ancora, allo stesso concetto dell’ergastolo, il carcere a vita, in cui l’assenza del termine per la fine della pena annulla ogni idea di reinserimento sociale del condannato.

In quest’ottica, la detenzione è, per usare ancora le parole di Manconi, una vendetta dello Stato nei confronti del reo, compiuta, aggiungiamo, in nome e per conto di quel popolo che spesso, se potesse, farebbe personalmente a pezzi un criminale, almeno a giudicare da quello che si legge sui social. È, per usare una metafora un po’ forte e quasi durkheimiana, il modo in cui la società espelle dal suo corpo chi devia dalle norme stabilite, come se espletasse i suoi bisogni fisiologici.

Superare la detenzione come strumento sanzionatorio abituale e ricorrere a misure alternative, realmente riabilitative e rispettose della dignità umana anche del criminale, è un passaggio sicuramente difficile, soprattutto a livello culturale. Perché si tratta di andare contro la pancia e l’istintivo desiderio di vendetta e punizione che, obiettivamente, tutti noi proviamo di fronte soprattutto a crimini efferati. Perché tutti quanti, ammettiamolo, abbiamo detto almeno una volta che al tale pedofilo faremmo esattamente quello che ha fatto lui, che vorremmo avere per un momento fra le mani l’assassino di Sessa, che l’omicida di Damiano Tamagni andrebbe chiuso in cella buttando via la chiave. Ma uno Stato, un Paese, una qualsiasi istituzione che si dice civile non può e non deve in alcun modo ascoltare i bassi istinti della massa, non deve cedere ai propositi di vendetta e restituzione del male fatto. Un Paese civile è quello che ha il coraggio di trattare anche il più efferato dei criminali come una persona, come un essere umano con dei diritti e una dignità, e che, pur nelle esigenze di tenere sotto controllo individui potenzialmente pericolosi, lascia sempre una porta aperta al reinserimento. Il resto, è Far West.

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