Crisi KFC, roba da far ridere i polli

Un problema con i (nuovi) fornitori costringe Kentucky Fried Chicken a chiudere centinaia di ristoranti nel Regno Unito. E i clienti allarmati chiamano la polizia.

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Si potrebbe dire che chi fa business a grandi livelli, gestendo una multinazionale, conosce i suoi polli. Ma nel caso di DHL, recente nuovo fornitore per il Regno Unito della celebre catena di fast-food Kentucky Fried Chicken (KFC), il detto viene smentito. Letteralmente.

Accade che, come scrive la stampa inglese, KFC, sacro totem del pollo fritto all’americana, decide poco più di una settimana fa di abbandonare il precedente fornitore, Bidvest, gruppo specializzato nella logicistica del cibo, per affidarsi alla nota azienda di trasporti e consegne DHL. Il motivo? Semplicemente per risparmiare. E accade che la suddetta DHL si riveli impreparata al compito affidatole, almeno in fase iniziale, e si verifichino una serie infinita di non meglio specificati problemi tecnici, che portano a una riduzione delle forniture di pollo, ingrediente, ovviamente, fondamentale nei menu della catena americana.

Risultato? Almeno metà dei ristoranti di KFC è stato costretto a chiudere, almeno temporaneamente, e chi è rimasto aperto ha dovuto ridurre il menu. A livello occupazionale, a soffrire maggiormente della situazione sono i lavoratori ad ore, che non riceveranno alcuna paga e ai quali è stato consigliato di prendersi qualche giorno di vacanza.

E i consumatori? Per loro, è scattato il panico collettivo di fronte alla mancanza del proprio punto di riferimento consumistico, le innumerevoli telefonate alla polizia da parte di clienti preoccupati o addirittura terrorizzati dal fatto di dover rinunciare al proprio pollo fritto. Tanto che a un certo punto la polizia metropolitana di Tower Hamlet ha diramato un tweet che invitava a smettere di chiamare, perché “non è un problema della polizia se il vostro ristorante preferito non serve il menu che desiderate”. Insomma, una catastrofe di proporzioni bibliche, una specie di riedizione della carestia in Ucraina degli anni ’30, per fortuna senza cannibalismo.

C’è molto da riflettere, se un problema del genere, al di là delle ricadute sui lavoratori, diventa una vera e propria crisi, definita tale anche dall’hashtag #KFCcrisis coniato dagli utenti per lamentarsi dei disservizi. Arrivare a considerare la chiusura del proprio fast-food preferito un problema tale da allertare le forze dell’ordine è la dimostrazione tangibile di come il potere di un marchio, e in generale del consumismo sulle nostre vite sia ormai arrivato ai livelli di guardia. Se ci eravamo stupiti o scandalizzati perla gente accampata fuori da MediaMarkt per comprare il nuovo Ipad a metà prezzo, o per le colonne fuori dai negozi per l’ultimo modello di tale smartphone, o ancora per i 10 km di colonna all’apertura del centro commerciale di Arese (con annesse 2 ore di attesa per degustare il suddetto pollo di KFC), qua siamo ad un altro livello, all’isteria collettiva perché non si può mangiare il pollo fritto. Siamo al punto che un fast-food diventa un elemento essenziale nelle nostre giornate, l’ennesima forma di occulta dipendenza dai totem del capitalismo, il totale sovvertimento di ogni concetto di emergenza e necessità vitale.

Insomma, roba da far ridere i polli.

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