Dario che pianse per la (nuova) patria

Dario Cologna trionfa alle Olimpiadi nella 15km di fondo. E dedica la vittoria alla sua nuova Patria che ha accolto la sua famiglia e sotto i cui colori ha scelto di correre, dopo aver declinato l’invito a gareggiare per l’Italia, Paese di origine della sua famiglia

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Quante dispute, quante guerre per un lembo di terra, per un isolotto disabitato, uno scoglio. Per un suolo di pochi metri che si ritiene carne della propria carne. Nelle vicende dello sport moderno la patria si compra e si vende, i ricchi Stati arabi hanno comperato atleti africani come si comprano cammelli, con la differenza che agli animali da soma il nome si lascia ( altrimenti non rispondono agli ordini), agli umani si cambia, come il keniano Cherono che per il Qatar diventa al Shaheen: perché i fascisti di tutto il mondo come prima operazione cambiano i nomi per cancellare le radici.

Cologna, oggi vincitore della quarta medaglia d’oro olimpica, la terza consecutiva nella 15 km davanti al norvegese Krüger e al russo Spitsov, la patria l’ha scelta quando con il padre, italiano, è stato invitato da un maresciallo della Guardia di Finanza a visitare la Scuola dello Sport di Predazzo. Chi ha la doppia nazionalità può scegliere sino ai 20-21 anni per chi andare a caccia di medaglie, onori e soldi. Che sarebbero stati molti di più, in partenza, con i fondisti azzurri – gli facevano ponti d’oro e gli offrivano un impiego, formale e redditizio, nell’Arma. Papà Remo è nato a cavallo della frontiera, a Taufers, dove un giovane Cologna ha sognato di diventare un grande calciatore nel locale Fussball Club: che onore, chiamato all’estero, in Italia! Azzurro o rossocrociato? La scelta cade per la terra che ha dato ospitalità a una famiglia in cerca di fortuna, ben integrata.

La Patria è quella che ti accoglie, anche se in questo caso la scelta è difficile, perché in Italia, in quel lembo di frontiera in tutti i sensi che è il Südtyrol, non si sta propriamente male, anzi. Ma la famiglia Cologna non ha avuto dubbi. Se oggi la Svizzera celebra la sua prima medaglia d’oro, lo deve a come nel paese di  Tschierv (Cervo!) NPA 7532, 272 abitanti, la famiglia, arrivata solo 30 anni fa, e diventata svizzera 10 anni fa, è stata accolta: lo deve a qualche maestra dell’asilo, a qualche insegnante di scuola primaria, che ha dato una prima educazione ai 3 figli, alle prospettive offerte. Dario ha sempre dedicato le medaglie alla sua famiglia e alla nuova Patria, pur mantenendo forti legami con quella d’origine, con la quale la valle, chiusa a nord dal Forno, convive. Il fans-club Dario Cologna conta 600 membri, 500 svizzeri e 100 italiani, presidenti sono lo svizzero enfant du pays Ilario Andri, ladino doc della val Münstair, e l’italiano-südtyroler doc Christian Regensburger, allenatore di quel FC Taufers che ha perso un potenziale bravo calciatore.

La Val Monastero conta 1650 abitanti e dà lavoro a molti frontalieri. I problemi sono gli stessi del Canton Ticino. I padroni rossocrociati si arricchiscono speculando sulla manodopera e abbassando le paghe. Molti giovani del luogo sono costretti a varcare il Forno, verso altri lidi, grigionesi o di altri Cantoni. Dario Cologna, attesissimo, favorito, ha fallito la prova nella 30km a due stili. Oggi è stato stupendo al punto da poter affrontare con tranquillità e con buone speranze la 50 km. Al traguardo ha dato sfogo alle emozioni con un lungo pianto, come Federer. Aveva chiesto lui l’onore di portare la bandiera rossocrociata a PyeongChang. Lo voleva a tutti i costi. E poi aveva deluso un intero Paese, proprio lui, chiamato a vincere. La responsabilità, pesante come un macigno, se l’era caricata lui stesso sulle spalle, proprio per il rapporto che ha con la Svizzera, perché riteneva di non poter fallire, perché doveva pagare un debito e non ce l’aveva fatta. Non era solo una gara, seppure nobilitata dal mito d’Olimpia.

La vittoria è per quella Patria che diventa tale non per una questione di pochi metri, come in questo caso, ma per qualsiasi terra che ti accoglie, anche lontana, per una questione di cuore. Una nuova Patria a cui si deve riconoscenza, alla quale si deve restituire qualcosa. Un semplice contributo con un qualsiasi lavoro onesto, una partecipazione alla vita della comunità, non necessariamente una medaglia olimpica che riempie d’orgoglio, in questo caso più che legittimo,un intero (nuovo) Paese. Senza malanimo o grossolano sciovinismo. Perché i casi Cologna esistono anche a rovescio. Molti svizzeri la Patria l’hanno cercata e trovata lontano dalle nostre vette

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