Irving, la bellezza e la forza del racconto (lungo)

John Irving non frequenta molto la sintesi. Quando si muove, si mette a scrivere, sono paginate e paginate. Lui ama raccontare, è convinto che la narrazione sia uno di quei valori irrinunciabili per la società odierna. E non a caso in copertina della sua ultima pubblicazione, «Viale dei misteri» ed. Rizzoli, vi è una importante quanto veritiera citazione del «Times»: «Senza John Irving è impossibile immaginare il grande romanzo americano»

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John Irving non frequenta molto la sintesi. Quando si muove, si mette a scrivere, sono paginate e paginate. Detta così sembra quasi un insulto e invece la mole di lavoro ha un suo preciso perché. Lui ama raccontare, è convinto che la narrazione sia uno di quei valori irrinunciabili per la società odierna. E non a caso in copertina della sua ultima pubblicazione, «Viale dei misteri» ed. Rizzoli, vi è una importante quanto veritiera citazione del «Times»: «Senza John Irving è impossibile immaginare il grande romanzo americano».

La storia di questa sua ultima fatica nasce da piccolissimi rappresentanti del Quarto Mondo, due fratellini che vivono in una discarica messicana. Lui è riuscito ad imparare a leggere salvando i libri «buttati via». Senza nessun maestro e senza nessuna indicazione. A sei anni. Lei invece, Lupe, è più piccola ed ha imparato ad ascoltare. La sua educazione è data dallo stare attenta alla lettura ad alta voce del fratello. Questo l’inizio, caratterizzato anche dal fatto che negli anni della giovinezza Juan Diego in un incidente ha conosciuto una zoppìa che mai più l’ha abbandonato. In pratica è uno storpio. Poi ovviamente la vicenda si sviluppa ed il protagonista, diventato scrittore di successo e consumatore di medicine contro il mal di cuore, intraprende un viaggio dagli States verso le Filippine, per andare a trovare sul letto di un morte un vecchio amico hippy, fuggito dal Messico per disertare il Vietnam. Un viaggio che diventa esperienza e occasione per ripensare alla sua vita tutta: ancora gli anni alla discarica e l’incontro con i gesuiti, il Messico come terra madre-matrigna, i rapporti con l’altro sesso. Irving non mitizza e non politicizza la sua scrittura, semmai lascia spazio ad un non so che di poetico (il circo) quando non comico (un personaggio muore schiacciato da una gigantesca statua della Madonna in caduta dal piedistallo…). In poche parole Messico e Stati Uniti, questo prima ancora della famigerata idea di Trump di erigere il muro (il romanzo «Viale dei misteri» in italiano è stato stampato nel 2018 ma in realtà è stato scritto nel 2015). I sogni si succedono alle nostalgie, le distinzioni di senso (dedicate in particolar modo al mondo religioso: imperdibile lo scontro tra le due Madonne, quella classica e quella di Guadalupe!) si accavallano ai pregiudizi attuali. Irving non è uno che definiresti scrittore militante arrabbiato, al contrario, tante cose le afferma non dicendole, facendole capire. Anche se certi frammenti sono prodigiosi e certe idee possono venire solo da menti davvero sensibili e originali. Come la vera Letteratura sa fare.

E così le 650 pagine che all’inizio incutono un certo timore, passo dopo passo prendono un’identità che il lettore non può non apprezzare. Addirittura alla fine ci si dispiace un po’ che la storia sia già finita. E del resto John Irving non casualmente è uno scrittore che si permette di avere in copertina il nome più grande del titolo del romanzo. Non è cosa da poco. O almeno non ditelo ad un autore. In questa scelta grafica già si dice tantissimo del libro posto in vetrina…

«Viale dei misteri» , di John Irving, 2015, Rizzoli, 2018, tr. Giuseppina Oneto, pag 616, Euro 22,00.

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