Le parrucchiere del Fantasy dicono NO

Le dipendenti di un salone di bellezza di Bellinzona lanciano una petizione per contestare l’espulsione del collega Bewar.

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Siamo sempre abituati a ritenere il mondo dell’hair styling come un ambito leggero, fatuo, dove l’apparire ha la meglio sull’essere. Un mondo fatato di lacche, colori e vaporose acconciature, di shampi colorati, bolle e benessere.

Lo stereotipo, per l’ennesima volta, cade, per lasciare spazio non solo all’umanità, ma anche a una voglia di non accettare passivamente quella che viene ritenuta un’inutile prepotenza.

Ci troviamo di fronte l’ennesimo rimpatrio, come fu quello di Arlind anni fa o quello dei bambini equadoriani(leggi qui) o ancora dell’appello del Liceo 1 in favore di una famiglia siriana (leggi qui). Oggi a reagire alla decisione governativa sono le parrucchiere del salone Fantasy di Bellinzona. Perché quando si parla di uno straniero quello è un numero, un’entità non ben definita. Quando invece è uno di noi, lavora al nostro fianco e condivide la nostra fatica o il nostro percorso le cose cambiano.

Le parrucchiere del Fantasy hanno deciso di non accettare passivamente la decisione d’espulsione di Bewar, un profugo iracheno che da 8 anni lavora con loro e che da 10 è in Ticino. Leggiamo ciò che scrivono:

“Bewar è fuggito dal suo paese, l’Iraq, a seguito dell’uccisione del fratello, avvenuta ad opera dei terroristi, che lo accusavano di tradimento e collaborazione con gli “infedeli”.
All’età di 22 anni, quindi, per paura di subire lo stesso destino, decide di lasciare il suo paese e di chiedere asilo politico in Svizzera. (…)

Ormai è 8 anni che lavora a Bellinzona presso il Salone Fantasy, in questi 8 anni noi – suoi colleghi di lavoro – abbiamo potuto apprezzare la sua integrità, il suo rispetto, il suo impegno e la capacità di integrarsi, intessendo relazioni sentimentali e di amicizia solide.
Non comprendiamo, quindi, come mai dopo 10 anni, le Autorità svizzere neghino il rilascio di un permesso, anche alla luce del fatto che Bewar non è mai stato a carico dello Stato e si è reso indipendente economicamente, grazie alla sua attività lavorativa.
Il suo allontanamento non solo sarebbe deleterio per lui, vista la situazione attuale nel suo Paese, ma danneggerebbe anche noi, la nostra amicizia e le nostre relazioni personali.
Aiutateci a sostenere BEWAR… qui si sente a casa!”

Leggiamo con attenzione le ultime parole, perché sono quelle che ci devono fare capire meglio che le storie degli altri sono, nostro malgrado, anche le storie che viviamo noi. Perché l’espulsione di un qualunque Bewar ci strappa qualcosa: un amico, un collaboratore, una persona. Facciamo nostro l’appello del Fantasy e vi invitiamo a sottoscrivere la petizione che è stata anche inviata al presidente del governo Emanuele Bertoli, al presidente del parlamento Walter Gianora e al deputato Giorgio Fonio.

https://www.change.org/p/bewar-è-uno-di-noi-fermiamo-il-suo-rimpatrio?recruiter=490551230&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=autopublish&utm_term=fb_send_dialog

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