L’orso d’argento e la croce di ferro

Mazif Mujic, primo attore rom a vincere l’Orso d’Argento al Festival del cinema di Berlino, è morto in povertà in Bosnia. Aveva fatto domanda di asilo politico, respinta, proprio in Germania

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Nazif Mujic a gennaio s’era comprato il biglietto dell’autobus per tornare a Berlino. Per tornare a sognare un po’. O almeno quel tanto che basta per poi ripiombare giù, in apnea, nella vita vera, nello schifo e nei casini di tutti i giorni, cercando di non affogare. Nella capitale tedesca ci voleva tornare a volare, per toccare ancora una volta quel pezzo di cielo che gli era capitato in sorte nel 2013, quando poco più che quarantenne aveva vinto l’Orso d’Argento al Festival internazionale del cinema. Se l’era aggiudicato a sorpresa, interpretando se stesso nella pellicola ”Un episodio nella vita di un raccoglitore di ferro” del regista Danis Tanovic.

Ma la morte è arrivata a bussare alla porta di Nazif prima che lui riuscisse a partire. Del resto, anche al cinema, mica tutte le storie hanno un happy end. Nazif, attore bosniaco di origini rom, il primo del suo popolo ad aggiudicarsi con orgoglio e merito l’ambito premio della Berlinale, s’è addormentato per sempre che ancora stava sognando, probabilmente uno di quei sogni da grande schermo. Ed è stato trovato così, in un gelido mattino di febbraio, senza vita nella sua casa di Svatovac, un villaggio nel nord della Bosnia.  

Un villaggio che al suo arrivo con l’Orso d’Argento l’aveva accolto così come si fa con gli eroi. Ma l’entusiasmo si arrugginisce in fretta e, ben presto, a smettere di brillare è stata anche la sua buona stella. Malato di diabete e con una moglie e tre figli da campare, era tornato a raccogliere il ferro che l’aveva reso una star, ma per la solita misera paga da fame di sempre. Poco più di 3 euro al giorno. Ecco perché dopo aver venduto una vecchia automobile e altri oggetti a cui teneva, alla fine è toccato anche al suo trofeo più caro, venduto per quattromila euro al proprietario di un locale della zona.

La morale di questa triste storia potrebbe essere quella, banale e un po’ scontata, che la vita non è il cinema, e viceversa. Ma nel caso di Nazif, invece, era davvero andata così, le due cose erano coincise. Una storia esemplare, la sua. Di una comunità, quella dei rom di Bosnia che conta grossomodo 60’000 anime delle quali solo il 5 per cento riesce ad avere un lavoro degno di questo nome. Gli altri, la maggioranza, costretti ad arrangiarsi alla meno peggio con lavoretti di fortuna, tanto che nel suo rapporto del 2016, Human Rights Watch denunciava proprio le “diffuse discriminazioni in materia di occupazione, istruzione, rappresentanza politica” contro la comunità rom di Bosnia. Per inciso Nazif Mujic, con il sostegno legale assicurato dal direttore della Berlinale Dieter Kosslick, nel 2013 aveva chiesto asilo politico in Germania, domanda che gli era stata respinta l’anno seguente. Perché come dicono in Bosnia: “questa è la terra dei sogni, dove gli incubi diventano realtà”.

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