Luigi di Maio, un politico come gli altri

L’aspirante premier del Movimento Cinque Stelle ritratta alcune dichiarazioni sulle ONG, nonostante gli screenshot dei suoi post dimostrino il contrario

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Quando cinque anni fa i grillini fecero il loro primo e clamoroso ingresso al Parlamento, si presentarono tra i banchi del Transatlantico brandendo un apriscatole. Di certo gli uscieri parlamentari, abituati a esibizioni di cartelli offensivi, urla e fette di mortadella introdotti a Montecitorio da deputati poco degni di quella carica, non ci fecero molto caso. Tuttavia, quello strumento da cucina unito al grido “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno” non era certo da sottovalutare. Stava infatti ad indicare la ferma volontà del Movimento Cinque Stelle di stravolgere non solo il Parlamento, ma l’intero sistema politico italiano. In che modo? Innanzitutto scegliendo di essere un Movimento e non un partito. Nella loro visione anti establishment, che a tratti rischia di evocare tetri ricordi dell’antipartitismo totalitarista, il “movimento” è trasversale e capace di associare ampi gruppi di persone di estrazione ed idee diverse uniti a ricercare una soluzione a problemi comuni. Il partito, invece, è generalista e verticale, strumento per l’élite di raggiungere il Parlamento per i propri interessi personali. Oltre ai partiti, anche i politici erano e sono il nemico giurato dei Cinque Stelle. “Noi siamo diversi”, “noi siamo il vento nuovo” è il loro mantra.

Peccato che questi in questi cinque anni i grillini abbiano dimostrato che la perfezione non esiste e che anche loro, in fondo, sono parte del sistema.

Luigi Di Maio, giovane e ambizioso leader del Movimento e aspirante Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, ne sta dando prova proprio in questi giorni, dimostrando di possedere una caratteristica essenziale per un politico: negare l’evidenza sempre e comunque.

E’ recentissima infatti la polemica sollevata da Roberto Saviano sulla sua pagina Facebook. Lo scrittore partenopeo ha infatti reagito con sdegno alla clamorosa ritirata di Di Maio su alcune sue dichiarazioni sulle ONG. Qualche mese fa, a seguito dell’apertura di un fascicolo conoscitivo su 7 ONG operanti nel Mediterraneo da parte di Carmelo Zuccaro Procuratore della Repubblica di Catania, Di Maio alimentò i sospetti del magistrato, definendo le navi salvataggio “taxi del Mediterraneo”.

Le dichiarazioni di Di Maio gettarono una luce sinistra sulle ONG  che ogni giorno salvano centinaia di migranti strappandoli a morte certa e cavalcarono l’onda mediatica contribuendo a fomentare paure nella popolazione.

Qualche giorno fa Di Maio ha però fatto un clamoroso dietrofront. Ha dichiarato alla agenzia di stampa tedesca DPA di non aver mai definito le navi “taxi del mediterraneo”, ma solo ipotizzato, sulla scorta di argomentazioni ed indagini di alcuni magistrati italiani, che alcune ONG potessero mancare di trasparenza.

Nonostante esistano gli screenshot dei post di Di Maio, il politico ha ritenuto opportuno negare l’evidenza, suscitando la dura reazione di Saviano.

Lo scrittore ha addirittura definito Di Maio “sciacallo” e lo ha accusato di aver dato il via ad una “strategia politica criminale”. A suo avviso, le dichiarazioni del grillino avrebbero lasciato mano libera al ministro Minniti sugli accordi libici che “l’Italia ha stretto con trafficanti inumani di esseri umani e non con un governo organizzato per fermare i flussi e in grado di offrire una alternativa al mare se non valida quanto meno accettabile sul piano dei diritti umani. L’alternativa ai viaggi in mare, oggi, grazie a quegli accordi, sono detenzione forzata e tortura, ma tutto lontano dagli occhi, per potersi ancora definire di sinistra”. 

Conclude Saviano, ”chieda scusa, Di Maio, per aver gettato discredito su organizzazioni che al più sono sotto processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, (…)sulla pelle di chi sta male, di chi merita una mano tesa e non le tante menzogne prodotte.”

E, si potrebbe aggiungere, Di Maio potrebbe chiedere scusa anche per aver promesso di essere “diverso” e aver  invece dimostrato di essere un politico esattamente uguale agli altri.

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