Mercati finanziari: un barile di dinamite

Siamo seduti su un barile di dinamite e presto potrebbe accendersi la miccia.

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Il meno che si possa dire è che i mercati finanziari sono nervosi. In questi giorni oscillano su e giù. Si tratta di una fase di correzione o bisogna aspettarsi il peggio? Per molti esperti quella giusta è la prima ipotesi con le solite analisi classiche: i mercati sono in fase di correzione, l’aumento possibile dei tassi di interesse mette in agitazione per la crescita economica, la fine della politica monetaria “non convenzionale” suscita timori. Ma anche: la crisi del 2008 non si ripeterà perché le banche sono più solide, hanno riserve sufficienti per parare un eventuale colpo, l’economia è solida….

Ma è veramente così? Nel mese di agosto del 1929 Irwing Fischer, famoso economista monetarista, affermò che la crescita sia dell’economia reale che quella degli indici di borsa sarebbe proseguita ancora per molto. Sappiamo tutta successo pochi mesi dopo. È quindi difficile fare delle previsioni attendibili.

Tuttavia se abbandoniamo l’analisi di breve periodo, e consideriamo l’evoluzione economica su un periodo più lungo, alcune cose possiamo dirle.

  1. Nonostante i grandi proclami di riforma della finanza, dopo la crisi del 2008, poco o nulla è cambiato. È si vero che le banche sono state costrette ad aumentare le loro riserve, ma molte di loro sono rimaste “too big to fail”.
  2. I conflitti di interessi, riemersi dopo la liberalizzazione degli anni 90 che ha permesso di riportare sotto lo stesso tetto banche commerciali e banche d’investimento, persistono.
  3. La “finanza creativa” principale imputata della crisi dei subprime, non è stata minimamente scalfita e prosegue imperterrita sotto la guida di grandi banche come Goldman Sachs
  4. Importanti volumi delle transazioni sui mercati borsistici sono affidati a computer che agiscono secondo algoritmi sviluppati per incrementare i guadagni nel brevissimo periodo e quindi molto pericolosi.
  5. La divergenza tra l’andamento dei mercati finanziari e l’economia reale è cresciuta esponenzialmente. Invece di essere uno complementare dell’altro, i primi operano senza nessun logico legame con la realtà economica.
  6. La crescita dell’economia europea è stata indubbiamente fiacca e dopo 10 anni dalla crisi del 2008, non si è ancora completamente ripresa. Quella USA, apparentemente più rigorosa, è in realtà basata sull’indebitamento (pubblico e privato), sulla precarietà del lavoro, su salari insufficienti e su forti tagli alla spesa pubblica.
  7. La pessima distribuzione del reddito che è andata via via consolidandosi negli ultimi tre decenni, ha raggiunto livelli di allarme perché potenzialmente destabilizzante sia dal punto di vista economico che politico.
  8. Le aspettative dei consumatori e delle imprese dei paesi industrializzati, continuano ad essere poco incoraggianti.

Le finanze pubbliche non hanno molti spazi di manovra e difficilmente potranno intervenire come hanno fatto nel 2008.

Dopo questo elenco schematico e parziale, possiamo intuire che in realtà siamo seduti su un barile di dinamite e che presto potrebbe accendersi la miccia. In passato il capitalismo ha sempre dimostrato di sapersi riprendere e, in un qualche modo, correggere gli errori. Lo saprà fare anche nella prossima crisi, imminente o lontana che sarà, ma comunque scontata? Forse, ma un qualche dubbio è più che legittimo.

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