Non solo spari a Macerata

Accanto alla vicenda dello sparatore fascista, Macerata racconta anche storie di accoglienza. Come quella di Lucia e Blessing

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A Macerata c’è chi spara agli africani in piazza e c’è chi invece accoglie i rifugiati a casa sua.

Realtà più silenziose che fanno però da contraltare alla violenza, spesso ipermediatizzata. Tacciare perciò tutti i maceratesi di razzismo sarebbe idiota e inutile.

Come ogni società la cittadina marchigiana accoglie nel suo seno di tutto. I fascisti psicotici come Traini, lo sparatore di settimana scorsa, e persone che invece hanno fatto dell’accoglienza una forma di resistenza alla violenza e all’angoscia.

Gli animi, anche esacerbati dalla diciottenne romana uccisa e fatta a pezzi per cui era stato arrestato un nigeriano, poi in parte assolto dall’accusa di omicidio, hanno disperatamente bisogno di pace.

Le storie di questi buonisti sono come quelle di Lucia, infermiera e referente per “Refugees Welcome Italia”, che con suo marito ospita Blessing, una ragazza nigeriana di 26 anni.

Blessing porta dentro di sé una nuova vita, e a maggio partorirà, facendo così diventare Lucia una specie di zia.

È bella Macerata, le Marche sono una spruzzo di mattoni e tegole rosse incastonate nel verde delle colline. Una terra che accoglie i sapori dell’Umbria da un lato, il dialetto strascicato dell’Emilia Romagna dall’altro e che si accosta con timidezza alla Caput Mundi, quando si appoggia a Lazio e Abruzzo.

Blessing è scappata dalla Nigeria da ragazzina, una pollicina con una costellazione di cadaveri a segnarne il passo e un gommone rotto a decretarne la salvezza.

*“Quando Blessing è venuta a conoscenza della sparatoria si è spaventata molto perché tra quei ragazzi feriti poteva esserci anche lei. È questa la prima cosa che mi ha detto. (…) Non vuole uscire da sola, sta riprendendo giorno dopo giorno le sue abitudini ma non è facile. Inizia a cucinare i suoi piatti tipici, ci racconta quello che ha vissuto, ascoltiamo insieme la musica nigeriana, guardiamo il percorso che ha fatto sulla carta geografica ma è un processo molto delicato.”

Blessing non capisce perché la paura e la rabbia debbano colpire tutti indistintamente solo per il colore della pelle. Ha paura per lei e per il suo bambino, anche se c’è Lucia a consolarla. Anche se il razzismo cresce, sono 80 attualmente le famiglie che fanno capo alla rete di Refugees Welcome Italia. Persone coraggiose che mettono in gioco se stesse e che affrontano consapevoli ma serenamente la potenziale ostilità dei loro vicini. Lucia racconta:  

“All’inizio temevo che le altre famiglie della zona non avrebbero visto di buon occhio la nostra scelta, mi sono confrontata con loro, li ho preparati e oggi sono tutti molto disponibili e generosi con noi e Blessing. Anche se il Paese che abitiamo sembra sempre più razzista a noi non interessa, siamo certi che il bene possa diventare contagioso.”

Il bene è contagioso, ma è difficile da trasmettere, il virus della rabbia e del razzismo invece vola come un raffredore e contagia tutti in un attimo. Blessing, “benedizione”, tra poco avrà il suo bambino. Lucia lo accoglierà come ha accolto sua madre.

Speriamo solo che il virus non si estenda ancora di più per sporchi calcoli elettorali, calcoli di anime, quelle sì, nere, ma dentro.

In Costa d’Avorio dicono: La pantera ha le sue macchie fuori, e l’uomo invece dentro”

Fonte: Alessia Arcolaci per Vanity Fair

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