Phyllis, la donna di piombo

La storia di Phyllis Omido, keniana, e della sua lotta contro la multinazionale che sta avvelenando suo figlio e decine di altre persone del suo Paese

Di

Ieri è stata una giornata importante per la gente dello slum keniota di Owino Uhuru, nella città di Mombasa, e lo è stata per Phyllis Omido e per suo figlio King David, entrambi vivi per miracolo. Ieri la gente è andata a testimoniare in tribunale contro la  Metal Refineries EPZ Ltd e contro il governo che li ha avvelenati. Una class action che chiede 12 milioni di euro di risarcimento per avvelenamenti da piombo dovuti alle attività minerarie.

Phyllis ha vinto recentemente il Goldman Price per la lotta all’inquinamento, attribuito anche a Bertha Cáceres, l’attivista honduregna uccisa nel marzo 2016. La sua storia, una storia di ingiustizia come i Paesi meno fortunati ci hanno insegnato a conoscere.

Phyllis, ragazza madre,  trova lavoro nel 2007 presso la fonderia di Owino Uhuru. Dopo un anno, suo figlio King David si ammala. Piange continuamente, ha la febbre, non si capisce come mai. A un certo punto il medico, in seguito alle analisi, scopre che il sangue di King David supera di 35 volte la quantità di piombo consigliata dall’OMS. Phyllis ha avvelenato suo figlio allattandolo.

Non è la sola. Le donne dello slum hanno aborti spontanei, i bambini strane piaghe sulla pelle, aria e acqua sono contaminate. L’avvelenamento da piombo è uno dei più letali, può portare anche a danni neurologici permanenti.

Gli slum di Mombasa sono i soliti cumuli affastellati di mattoni crudi e lamiera, con le discariche a cielo aperto e i rigagnoli di liquame che strisciano mefitici sulla laterite. I cani morti e gonfi con le mosche che ronzano imperterrite e immutabili, marchio del degrado africano. Avvoltoi e marabù che volano sul cadavere del consumismo. Un posto dove tutti caminano a capo chino.

Ma stavolta c’è chi ha alzato la testa. E lo ha fatto seguendo una donna coraggiosa, Phyllis Omido appunto. Nelle sua vene scorre il sangue dei bantu Kukuyu, o forse dei Luhyu, o dei Kamba o forse non ha importantza, perché Phyllis è quello che la storia ci ha insegnato ad ammirare: piccole persone che diventano grandi perseguendo con ostinazione, coraggio e sprezzo del pericolo i loro ideali.

Se il termine eroe ha ancora un senso oggi, va applicato proprio a persone come lei. Se gli antenati di Phyllis dovevano uccidere un leone per dimostrare il loro valore, Phyllis si trova ad affrontare un mostro ben più potente.

Phyllis si licenzia e denuncia la cosa, la Metal Refineries cerca di metterla a tacere proponendole di pagare le cure per il figlio, ma lei non ci sta e prosegue la sua lotta. Denuncia l’accaduto, organizza proteste e sit-in. “Avevo il dovere di avvisare i miei colleghi”, dichiara la Erin Brokovich africana. Dovere, una parola che anche alle nostre latitudini ha purtroppo perso molto del suo potere. Phyllis viene minacciata, c’è anche un tentativo fallito di rapimento nei suoi confronti e del figlio. Phyllis tira avanti fino al 2013, quando lo stabilimento viene chiuso, ma lei non si arrende. Fonda il Center for Justice, Governance and Environmental Action, una ONG famosa oggi in tutta l’Africa. Phyllis vuole giustizia, vuole che la verità venga a galla. Ieri, la gente dello slum è andata in tribunale, ed è stato un gesto epocale, soprattutto per l’Africa, dove lo strapotere delle multinazionali è un veleno ben peggiore del piombo. Oggi noi tifiamo per Phyllis e la sua gente, per il dovere, per la giustizia e per tutte quelle belle parole che danno senso all’esistenza delle donne e degli uomini.  

Ti potrebbero interessare: