Pubblicità della Madonna

Secondo una sentenza della Corte di Strasburgo, è lecito utilizzare immagini sacre a scopo pubblicitario. L’importante è non offendere gratuitamente e non incitare all’odio

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Gesù, Giuseppe e Maria. Se a partire da oggi li vedrete spuntare come funghi nella réclame di ogni genere e formato, non stupitevi affatto. Una sentenza di Strasburgo ha stabilito che, in pratica, è lecito usare la Sacra Famiglia per vendere ogni tipo di cosa. Dalle automobili alla carta igienica. Poco importa che siano filtri d’amore o altri improbabili ritrovati miracolistici. Ciò che conta sarà farlo essendo capaci di non risultare gratuitamente offensivi e sacrileghi, ma soprattutto non incitando all’odio. Cosa che a un buon “consiglio per gli acquisti” dovrebbe riuscire in scioltezza. Una pasta d’acciughe celestiale. Un collutorio della Madonna. Una colla attaccatutto divina.

Ad aver ricorso alla Corte dei Diritti Umani è stata un’azienda d’abbigliamento lituana che si è vista multare per una campagna promozionale. Colpevole di “aver offeso la morale pubblica” avendo fatto del mercimonio con le figure di Gesù e Maria adoperati come testimonial, sulla cartellonistica e in internet, per vendere qualche t-shirt in più. E invece, ora, chi aveva semplicemente dato lustro all’anima del commercio, conquistando nuove lande e approdi nel sacro nome di sua maestà la Pubblicità, si vedrà risarcire con 580 euro esatti. Perché per i giudici, in questo caso, nessuno ha “offeso la morale pubblica” ma è stato piuttosto leso il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda lituana.

Ma che cosa c’era di tanto oltraggioso da aver fatto rizzare i capelli alle autorità di Vilnius? Nelle pubblicità (che risale, fra l’altro, a ben sei anni orsono) si vedono un uomo e una donna con l’aureola, lui tutto tatuato e in jeans, lei con un vestitino bianco e una collanina, accompagnati dalle frasi “Gesù, che pantaloni!”, “Cara Maria, che vestito!” e “Gesù e Maria, cosa indossate!”. Insomma, robetta da niente, se confrontata alla campagna dei jeans Jesus che negli anni Settanta, in Italia, sollevò un vespaio di polemiche con slogan del tipo: “Non avrai altro jeans all’infuori di me” a commento di un’immagine raffigurante un personaggio androgino e a petto nudo con i jeans sbottonati al limite del pelo pubico o l’ancor più celebre “chi mi ama mi segua”, a commentare le chiappe ben in vista di una modella, in un celebre scatto di Oliviero Toscani.

Se un tempo ricordiamo esser stato Gesù ad aver scacciato i mercanti dal tempio, oggi è il tempio che paradossalmente diventa lo scenario perfetto per tutti i mercanti in cerca di visibilità. Del resto, non essendoci un vero copyright, rimane difficile poter tutelare l’armamentario iconografico legato soprattutto al Cattolicesimo. E ben prima che arrivassero le agenzie ad appropriarsi di santini, icone e immagini sacre, per secoli l’arte ci ha reclamizzato i Vangeli attraverso monumentali strumenti d’indottrinamento di massa chiamate chiese, basiliche e duomi. Luoghi nei quali a tappezzare ogni parete, angolo o centimetro quadrato c’è un’immagine una statua o un simbolo che si rifà direttamente alla Bibbia. Parte della nostra identità e della nostra storia, intendiamoci. Proprio come oggi sembra esserlo diventata certa pubblicità.

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