Una pugnalata nel cuore

Al Festival di Sanremo, manifestazione nazional-popolare per eccellenza, tra luci stroboscopiche e canzonette leggere, Favino è riuscito a fare qualcosa che nessuno si sarebbe immaginato. Ha colpito basso, ci ha falciati senza pietà, ha fracassato i nostri costati.

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Il Festival di Sanremo fa parte della nostra vita, volenti o nolenti. Decine di edizioni, affastellatesi una sopra l’altra come note sul pentagramma, hanno scandito le nostre vite con le canzoni. Alcune memorabili, hanno marcato dei momenti salienti, legandosi ai nostri sentimenti, altre sono scivolate anonime come sabbia nella clessidra.

Chi lo segue, chi lo sopporta, chi lo tollera, chi lo odia. Eppure lui è sempre lì, con i suoi lustrini, gli abiti da sera e Beppe Vessicchio. In questo festival però è successo qualcosa di potente. Non parliamo della direzione di Baglioni, il più amato dagli italiani di ogni generazione, l’uomo che ci ha regalato inenarrabili momenti di malinconia con un piccolo grande amore. Nemmeno della Hunziker, che maschera bene sotto risate e aggettivi iperbolici una certa carenza culturale e di mestiere che si percepisce spesso.

Resta Favino, questo attore con la faccia da fagiolo, la barba da carcerato, l’espressione astuta e al contempo delicata.

Favino ci ha dato una lezione, a noi tutti. Grazie anche alle coraggiose scelte del direttore Baglioni, ce l’ha data con la sua simpatia, con la sua umiltà, ma soprattutto ci ha squassato l’anima con il monologo tratto da “La notte poco prima della foresta” di Bernard-Maria Koltès.

Al festival di Sanremo, manifestazione nazional-popolare per eccellenza, tra luci stroboscopiche e canzonette leggere, Favino è riuscito a fare qualcosa che nessuno si sarebbe immaginato. Ha colpito basso, ci ha falciati senza pietà, ha fracassato i nostri costati. Chi non ha visto quel suo monologo di pochi minuti lo ha cercato, sull’onda del passaparola, il giorno dopo su Youtube.

Favino piange e ci fa piangere, parlando con la voce di un migrante. Tutto lì? No. È un migrante che alla fine si abbandona. Un uomo che sa che ogni nuovo posto che raggiungerà sarà peggiore del primo. Un uomo che cerca solo un prato per sdraiarsi e arrendersi.

Maurizio Gasparri, fascista ridipinto dai numerosi passaggi tra un partito e l’altro che cambiano il nome ma non la vocazione, lo ha definito penoso. Haters sui social lo hanno insultato e minacciato.

Benissimo. Qui è la grandezza del pezzo di Favino. È nella paura dei fascisti, la paura di umanizzare il nemico. Perché alla fine quell’uomo sul prato ci fa male, crea dolore ed empatia. Non è più un mostro, una bestia, un parassita.

Favino ci racconta con un’enfasi pietrosa, con parole approssimative e semplici, con una passione che lascia una scia  a terra sanguinosa, un uomo.

In questo festival però è successo qualcosa di potente. Favino e Baglioni, grazie ad entrambi, ci hanno pugnalati al cuore. E sono felice che mi abbiano ricordato, ancora una volta, da che parte sto e perché.

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