Ramon dei miracoli

Zenhäeusern trascina la squadra svizzera all’oro nel parallelo

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Cos’hai fatto Ramon! Dopo l’argento nello slalom alle spalle di Myher risalendo dal nono al secondo posto, hai trascinato la squadra svizzera (Holdener, Feierabend, Jule) all’oro davanti all’Austria, in una disciplina in teoria ancora più “impossibile” per uno slalomista alto 2 metri esatti, pesante 95 kg. Perchè il parallelo dura una ventina di secondi, perché si decide sui riflessi in partenza, sulla velocità pura: insomma, una gara per uno scattista da 10 secondi sui 100 metri, non per un giocatore di basket o di pallavolo. Ora in tutti gli istituti di biomeccanica ti studieranno. Sarai materia di esame. Come può un ragazzo con un centro di gravità che rende 20 centimetri ai più, essere reattivo e soprattutto effettuare i movimenti di distensione e piegamento cancellando un chiaro handicap di partenza? Solo un tipo strano come l’ex slalomista Didier Plaschy, altro vallesano, poteva crederci, e prendersi a carico un ragazzo che l’aveva visto vincere a Vail e Kranjska Gora, 12esimo ai Giochi di Nagano e che voleva assolutamente seguirne le orme, punto.

Plaschy racconta che quando lo ha visto all’opera ha pensato di avere fra le mani un dado dal quale bisognava trarre una sfera. Un dado non è propriamente quadrato, ha gli angoli smussati, ma se Zenhäeusern non è la quadratura del cerchio, poco ci manca. Quando a Val d’Isère non si è nemmeno qualificato per la seconda manche,nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato, non su una medaglia ma su una sua partecipazione olimpica. Per dirla tutta nessuno (quorum ego, triplice ahimè!) pensava che avrebbe potuto farcela in questa disciplina. Come prendere un pinguino e farlo arrampicare su un albero. Nessuno glielo diceva in faccia, tutti lo pensavano,salvo Plaschy e suo padre Peter: cambia sport Ramon… Perchè nei tratti in scarsa pendenza e scorrevoli se la cavava, ma sui “muri” con le porte obbligatoriamente strette e angolate, il ragazzo di Bürchen, 758 abitanti a 1300 metri di altezza, faceva pena sul piano tecnico e sul piano estetico.

Poi ecco la metamorfosi, Ovidio l’avrebbe descritta come faceva con Dei e Eroi mitologici. Come si fa a passare da “non qualificato nei 30” al quinto posto di Adelboden nel nuovo anno? E poi al quarto di Wengen dietro Hirscher, Kristoffersen e Myhrer. A ben vedere il Fato aveva mandato un segnale proprio in quell’occasione. Non è colpa sua se i due grandi ai Giochi hanno fallito la prova. E attenzione, da un punto di vista tecnico, la distanza è accorciata: l’austriaco e il norvegese hanno ancora un vantaggio, ma minimo. Questo è il vero miracolo, che sarà studiato dalla biomeccanica. Perchè Ramon, con straordinaria sensibilità, quando deve invertire gli spigoli, li “scarica” con un minimo movimento basso-alto, grazie a un grande lavoro di caviglie e di ginocchia, a una grande sensibilità nei suoi piedoni. Se tracciate una linea immaginaria sui suoi fianchi vedrete che l’escursione su-giù è minima.

Ramon dei miracoli? Ramon che dimostra come gli umani possano modificare i dati biomeccanici modificando la propria “programmazione” fisica, come e meglio di un robot. E soprattutto con l’anima e la testa, non con un’operazione puramente tecnologica. Perchè Ramon ci ha sempre creduto contro tutto e tutti. Un vero vallesano, abituato a fare di testa sua. Esattamente come i suoi compaesani di Bürchen che nel 1957 furono i primi a livello comunale a introdurre il voto femminile, contro il parere del Consiglio Federale! Non meno originale è papà Peter, campione mancato e direttore di Radio Rottu Oberwallis (ma non commenta mai il figlio – sarei parziale, dice!) andato in Corea del Nord alla corte di Kim a insegnare sci alpino!

In definitiva, Ramon ha fatto la stessa operazione di Fosbury nel 1968 a Città del Messico: tutti passavano l’asticella del salto in alto sulla pancia. Lui l’ha passata sui glutei. Il collega Luigi Morandi diceva che Fosbury beveva acqua da un bicchiere rovesciato. Ramon invece di fare discesa seguendo il mito di Collombin ha voluto imitare Plaschy. Esattamente a rovescio, dal momento che, Plaschy e il padre a parte, tutti gli altri l’avrebbero dirottato di forza su una disciplina secondo “evidenza” più consona al suo fisico: la discesa.

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