Una zuppa contro le fake news

Il gruppo Unilever, che vede tra i sui marchi più celebri Knorr, Rexona e Lipton, annuncia il ritiro delle proprie inserzioni da tutte le piattaforme che non fanno abbastanza per combattere le fake news

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È un inedito braccio di ferro a tener banco, nella guerra dichiarata alle cosiddette “fake news” (Leggi qui http://gas.social/2018/01/un-bottone-rosso-le-fake-news/). Uno di quei duelli da immaginarsi con i due sfidanti imperlinati di sudore e con le vene del collo gonfie e pulsanti rabbia e irritazione. Unilever, la multinazionale anglo-olandese proprietaria di ben 400 marchi tra i più diffusi nei settori dell’alimentazione, bevande, prodotti per l’igiene e per la casa, ha minacciato apertamente Youtube e Facebook, rei di non fare abbastanza nella battaglia alle notizie farlocche. Un avvertimento che, in un prossimo futuro, potrebbe tramutarsi in un boicottaggio vero e proprio di queste piattaforme, investendo e piazzando la propria pubblicità altrove.

Insomma, nella guerriglia di logoramento ai presunti fiancheggiatori della piaga “fake news”, ora scende in campo anche l’artiglieria pesante pronta a farsi largo a colpi di obice che anche un sordo farebbe fatica a non sentire. Ad aver formalizzato l’avvertimento è stato l’ammiraglio di Unilever, il direttore marketing Keith Weed. Il suo messaggio non poteva essere più chiaro e netto: Unilever “investirà solamente su piattaforme responsabili impegnate nel creare un impatto positivo sulla nostra società”.  E detta così, da uno il cui cognome è “Weed”, parola che in inglese significa “erba”, intesa come marijuana, la cosa non poteva che essere presa da tutti dannatamente sul serio.

Ma, scherzi a parte, il guanto di sfida è stato effettivamente lanciato. Il gruppo che vede tra i sui marchi più celebri il dado e le zuppe Knorr, il deodorante Rexona e il tè Lipton e che, con i suoi poco meno di 9 miliardi di franchi d’investimento annui nel settore pubblicitario, è fra i principali inserzionisti a livello mondiale, ha deciso. Senza se e senza ma. Basta vedere la propria immagine associata alla menzogna che scorre potente sulla Rete grazie anche al lassismo di chi dovrebbe controllare i contenuti e non soltanto pubblicarli. Insomma, fatte le dovute proporzioni sarebbe un po’ come se Disney fosse costretta a promuovere i suoi film su Pornhub. E, francamente, una cosa del genere sarebbe anni luce di distanza dalla linea editoriale di Topolino & Co.

Ad essere finiti nel mirino di Unilever non ci sono però solo Facebook e Youtube, ma anche aziende come Google, Twitter, Snapchat e Amazon. Partner commerciali che, oltre a ripulirsi dal pattume spacciato per informazioni o inserzioni attendibili, dovranno rigare dritto e secondo le direttive imposte da uno dei loro maggiori sponsor finanziari. Già. Perché le sfide economiche – a quanto pare – passano anche attraverso la questione “fake news” (Leggi qui http://gas.social/2017/10/adblock-basta-soldi-ai-bufalari/) . Del resto, in questo senso, lo scorso anno ad aver fatto la voce grossa era stata addirittura Procter & Gamble, l’azienda che più di tutte investe in pubblicità, segno che la vecchia regola del bastone e la carota funziona – eccome – anche nell’era di Internet.

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