La stolida arroganza di Matteo Renzi

Il segretario PD sfida il suo partito annunciando dimissioni ma al tempo stesso pretendendo di dettare la linea politica.

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Quando una squadra va male, il primo a pagare è l’allenatore È un principio accettato comunemente, che vale anche in politica: chi fallisce nel proprio compito, va a casa, si dimette, lascia spazio ad altri. E, parlando di vicende italiane, lo ha fatto Bersani nel 2013, pur da vincitore, dopo il fallimento nel creare un governo. E un passo simile ci si aspettava da Matteo Renzi all’indomani della clamorosa sconfitta di un PD che in 4 anni è riuscito a portare dal 40% delle Europee al 18% di domenica scorsa. E in effetti, in mattinata era giunta la notizia delle imminenti dimissioni di Renzi dalla carica di segretario del PD: e qui cominciava il teatrino. Subito, il suo portavoce smentiva: “Non mi risulta”, ma su Twitter scriveva che il segretario avrebbe parlato alle 17. Le 17 sono poi diventate le 18, e il “Mi dimetto” è diventato “Non so, mi riunisco con la direzione, vediamo cosa fare”, e giravano già voci sull’intenzione di Renzi di restare al comando fino al Congresso, ovvero ben dopo la formazione del nuovo governo. Alla fine, Renzi si presenta ai giornalisti, e qui, al di là delle simpatie e antipatie, obiettivamente si consuma una vera e propria farsa: perchè il segretario Dem non accenna a fare l’unica cosa sensata e dignitosa dopo una simile batosta, ovvero assumersi le sue responsabilità e chiedere scusa. Nessuna ammissione di responsabilità, nessun mea culpa. Al contrario, continua a tessere le lodi del proprio partito e dei 5 anni di governo, ripetendo ancora una volta ossessivamente il mantra che il Paese è migliorato, che i risultati sono stati eccelsi, addirittura sfidando gli altri a far meglio di lui. Insomma: è sempre colpa degli altri, compreso il presidente della Repubblica per non aver portato al voto dopo il referendum costituzionale.

Siamo alla megalomania, ma il culmine lo raggiungiamo un minuto dopo: Renzi annuncia si, le sue dimissioni dalla guida del PD, ma, capolavoro di arroganza e opportunismo politico, dichiara che esse arriveranno solo dopo la formazione del nuovo governo, annunciando al tempo stesso che il partito non parteciperà a nessun governo con quelli che lo hanno attaccato finora. E a poco serve la smentita, la precisazione di oggi che le dimissioni sono vere e già firmate: di fatto, a livello politico e decisionale, non si è visto nessun passo indietro, anzi, le ultime dichiarazioni di Renzi dettano sostanzialmente la linea del partito in merito alle alleanze future, con il rifiuto di ogni appoggio ad altri. Ed è pura rappresaglia, a livelli di infantilismo politico mai visto: “Ci avete insultato e allora non vi appoggiamo”. Manca solo il gne gne gne bisticcio e la scena da asilo è completa.

Siamo, come dicevamo, alla farsa totale, quasi tragicomica se non ci fosse di mezzo il destino di un Paese intero: Renzi dimostra l’assenza di ogni senso di dignità politica e personale, e nel momento in cui il Paese ha bisogno che ogni forza politica si comporti in modo responsabile, di fatto mette il partito sotto scacco. È il “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, un sonoro chissenefrega nei confronti dei destini dell’Italia intera. E le spacconate continuano ancora oggi, con l’aperta sfida interna lanciata da Renzi al grido “Chi vuole appoggiare M5S lo dica in Direzione”, in riferimento alla richiesta avanzata dalla minoranza Dem.  Ma, si spera, questa volta l’arroganza e gli atteggiamenti da spaccone potrebbero non pagare: si moltiplicano le voci di dissenso all’interno del partito, con le dimissioni della Serracchiani e di altri segretari regionali dalla segreteria del partito e numerosi esponenti di spicco che hanno apertamente attaccato la scelta di Renzi, dal premier uscente Gentiloni, velatamente accusato di essere artefice di inciuci, al capogruppo al Senato Zanda a  Emiliano a Gianni Cuperlo, il cui commento riassume tutto: “Non si fa così”. Ed è questo la realtà: non si fa così, chi perde tace e vada a casa. Funziona così.

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