Di Maio e Salvini, due galli nel pollaio

A una settimana dal responso delle urne, sia il leader del M5S sia quello della Lega si proclamano vincitori e rivendicano l’incarico di formare il nuovo governo. Sullo sfondo, aleggia lo spettro di nuove elezioni in mancanza di una chiara maggioranza parlamentare

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Le elezioni in Italia hanno ormai dato il loro esito definitivo: sostanzialmente, c’è un perdente, ovvero il PD e la Sinistra, ma non ha vinto nessuno.

Ciononostante, sulla base dei risultati, i 5S e Salvini si considerano entrambi vincitori, gli uni però, da soli, han fatto il doppio dei voti degli altri che li superano solo in coalizione, peraltro con l’alleato pesante Berlusconi, ed entrambi puntano a governare.

Ora, ipotizziamo qualche scenario. Non è detto che i 5S dopo la sboronata che han fatto accettino un ruolo subalterno in governo, questi vogliono tutto, lo sappiamo, lo hanno sempre detto fin dal famoso “Vogliamo il 100%” di Grillo 5 anni fa, e lo ripetono ancora oggi: “Ora gli altri devono venire a parlare con  noi”, così si è espresso Di Battista quando si prefigurava il trionfo del Movimento. L’aver presentato in anticipo una lista di ministri e poi adeguarsi ad un ruolo da alleato vorrebbe dire contraddirsi di fronte al proprio elettorato, insomma, fare un po’ una figura da quaqquarraqua di sciasciana memoria.

Allo stesso modo Salvini dopo “l’andiamo a governare” ripetuto ossessivamente in campagna elettorale e la rivendicazione del ruolo di guida del centrodestra per la Lega, in contrapposizione all’anima “moderata” della coalizione rappresentata da Forza Italia (il peso di Fratelli d’Italia è marginale, essendo fondamentalmente assorbiti da Salvini in ottica sovranista), potrebbe non essere propenso ad accettare un ruolo diverso da quello di Presidente del Consiglio.

Due galli nel pollaio, insomma. Ma c’è un altro aspetto da considerare, forse non di poco conto. Il Movimento Cinque Stelle ha costruito il suo successo elettorale soprattutto al Sud, conquistando praticamente tutti i collegi uninominali dalla Sicilia all’Abruzzo e in Sardegna, con picchi anche oltre il 50% in alcune zone. Successo che, peraltro, è arrivato proprio contro il centrodestra, con il PD e LeU totalmente tagliati fuori. Ora, ci si potrebbe chiedere, fino a che punto a Di Maio e soci conviene stringere un’alleanza con un personaggio come Salvini, che al Sud non ha certamente sfondato e verso cui l’elettorato meridionale è storicamente diffidente, tanto da avergli nettamente preferito i Cinque Stelle? E la questione si pone all’inverso nel caso di Salvini, considerato l’ottimo risultato della Lega al Nord rispetto al M5S. Tale alleanza, peraltro, potrebbe non essere facile, considerate le rispettive aspirazioni da premier e la netta diffidenza di gran parte del Centrodestra, in particolare Forza Italia, verso il Movimento, assolutamente ricambiata.

E fra i due litiganti il terzo gode. Si, perchè in questo scenario da nemici-amici fra Lega e M5S potrebbe inserirsi un PD “derenzizzato”. Di Maio, questa volta, non ha chiuso la porta a nessuno, e suonano piuttosto sibilline le sue parole nel parlare, riguardo gli altri schieramenti, di “forze territoriali” in contrapposizione alla portata nazionale del M5S, un chiaro segnale, probabilmente, nei confronti della Lega e un’apertura a una inedita, ma tuttavia possibile, alleanza col nemico storico PD, privo, però, dell’oggetto di odio preferito dalla base del Movimento, ovvero Matteo Renzi. Al di là della questione immigrazione su cui le visioni sono differenti, non mancano i punti programmatici di contatto, dal reddito di cittadinanza alla lotta alla povertà. Liberi e Uguali ha già aperto alla possibilità di sostenere un governo M5S, mentre nel PD la questione è tuttora aperta, con una parte del partito, Emiliano in testa, propenso ad appoggiare esternamente una simile soluzione, mentre i renziani restano fermi sul NO a qualunque alleanza con chi in questi anni ha rivolto insulti e attacchi al PD (ma non risulta, tuttavia, che da parte dell’ex alleato Berlusconi ci siano mai state tenerezze…) e sulla volontà di andare all’opposizione. C’è chi rievoca lo “strappo” di Alfano nei confronti del PdL, con la creazione di Nuovo Centrodestra ad appoggiare il nascente governo Renzi, ma, al di là del fallimento del progetto di Alfano nelle successive tornate elettorali, i numeri necessari sarebbero molto più alti.

Resta il fatto che, a una settimana dal responso delle urne e a circa 3 dall’apertura delle consultazioni, non è ancora emersa nessuna possibile soluzione circa il futuro governo del Paese. E sullo sfondo aleggia lo spettro di nuove elezioni a breve termine. 

 

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