I miei mariti, uccisi dalla follia razzista

Si chiama Rokhaya Mbengue, detta Kenne. Non ha nemmeno quarant’anni, eppure ha già perso due mariti, entrambi sono morti nello stesso identico modo. Uccisi a Firenze, per strada. In un triste giorno qualunque. Per mano di due italiani che neppure li conoscevano. Ma che hanno pensato bene di dare sfogo al proprio odio razzista così.

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L’uccisione di Idy Diene, il senegalese freddato con sei colpi di pistola di cui uno alla nuca da un ex-tipografo in pensione (Leggi qui http://gas.social/2018/03/firenze-culla-dellodio-razziale/) e il susseguirsi di colpi di scena che hanno accompagnato il fatto di sangue avvenuto a Firenze sono senza dubbio degni di una storia del miglior Dickens, di quelle pubblicate a puntate e tanto in voga sui giornali d’inizio Ottocento.

Stavolta però, al centro della vicenda che vi abbiamo già raccontato, non c’è né l’omicida (Leggi qui http://gas.social/2018/03/mi-suicido-no-dai-ti-sparo/) e neppure il povero Idy. Ma una donna che si chiama Rokhaya Mbengue. Non ha nemmeno quarant’anni Rokhaya detta Kenne, eppure ha già perso due mariti. Ma la cosa che più di tutte ci pugnala al cuore e fa sgorgare in noi la rabbia e lo schifo è il fatto che entrambi sono morti nello stesso identico modo.

Uccisi a Firenze, per strada. In un triste giorno qualunque. Per mano di due italiani che neppure li conoscevano. Ma che hanno pensato bene di dare sfogo al proprio odio razzista così. Nella maniera più ignobile e vergognosa che si possa immaginare, spezzando la vita altrui e annientando quella dei loro cari. Come nel caso di Kenne, vedova due volte, che viveva con il suo Idy in un palazzo di Pontedera in provincia di Pisa.

Era il 13 dicembre di sette anni fa quando in Senegal, a Morola, le arrivò la notizia che il suo primo marito, Samb Modou, era stato ucciso da Gianluca Casseri, un appartenente all’estrema destra e militante di CasaPound, che si era messo a sparacchiare come un idiota al mercato di piazza Dalmazia, uccidendo due venditori ambulanti senegalesi. Pure Idy Diene era un ambulante.  

Samb e Idy erano parenti. Kenne, dopo la morte di Samb, anche per il bene della figlia Fatou, aveva seguito di buon grado il consiglio della famiglia e ciò che prevede la tradizione senegalese. Aveva sposato uno dei cugini di Samb e con lui era arrivata in Italia per assicurare un futuro alla figlia senza padre.

Perché di questo si tratta, quando si parla di migranti. Di uomini, di donne e di bambini. Del futuro che non c’è e di viaggi fatti sulle ali della speranza. Voli che spesso finiscono per infrangersi sugli scogli della diffidenza, del disprezzo o peggio del razzismo. Di un egoismo di fondo che tutto infetta e uccide. Di una paranoia che si poggia sulla menzogna. E cioè che loro sono i nuovi barbari giunti qui per razziare. A rubarci il lavoro e la sicurezza. Loro i cattivi, mentre noi – guarda un po’ – i buoni.

Basterebbe mettersi nei panni di Kenne, per capire come tutto questo sia pura follia. Quanto il nostro mondo faccia schifo, visto coi suoi occhi. E come il vero pericolo, per lei, siamo noi. Noi bianchi. Noi che non riusciamo a fare figli e ci lamentiamo di quelli degli altri. Con il tasso di natalità italiano che è, da anni, il più basso d’Europa. Un popolo di vecchi e con idee decrepite convinto di poter fermare la Storia a pistolettate.   

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