Noi non siamo dei mostri

Mostro è una parola strana. Le abbiamo dato una connotazione negativa. La sua etimologia significa però prodigio. L’uomo di trentaquattro anni in questi giorni a processo a Rupperswil non può però essere definito un prodigio. Anche nelle anime più buoniste e caritatevoli, il “mostro di Rupperswil” non può trovare albergo.

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Il mostro è a processo. Mostro è una parola strana. Le abbiamo dato una connotazione negativa, ognuno di noi sa così un mostro: è un essere abbietto, orrendo, crudele è il diverso nella sua eccezione più maligna. La sua etimologia significa però prodigio.

L’uomo di trentaquattro anni in questi giorni a processo a Rupperswil non può però essere definito un prodigio. Anche nelle anime più buoniste e caritatevoli, il “mostro di Rupperswil” non può trovare albergo.

Perché la sua violenza è talmente aliena da esserci incomprensibile e si sa, l’uomo teme soprattutto ciò che non conosce. Quattro vittime: madre, due figli e la ragazza del figlio grande, sgozzati dopo essere stati ammanettati e imbavagliati. Il figlio piccolo seviziato e abusato. Non pensiamoci, non cerchiamo di fare fluire l’orrore che possiamo immaginare in quegli ultimi minuti dalle vittime. Scacciamo il dolore atroce di madre che vede fare cose del genere al proprio bambino.

Rimaniamo freddi, lucidi. Ce lo chiede la legge, ce lo chiede il nostro Stato di diritto, che in fin dei conti funge da barriera nei confronti del mostro. Ci sono poliziotti che l’hanno avuto in custodia e che lo odiano come e più di noi. Così gli inquirenti e i magistrati. Così gli esperti che hanno dovuto operare sui cadaveri, visionare i film (sì, il mostro aveva anche filmato le sevizie al ragazzino). Anche a loro il cuore si è rattrappito e non saranno più gli stessi. Perché noi possiamo lasciare scivolare la notizia, chi ha dovuto preparare l’inchiesta ci è entrato non solo con le dita in questa storia, ma con tutto il braccio.

Comunque quell’uomo, che nessuno di noi vuole più chiamare uomo, è a processo. Ha un avvocato difensore e diritto a un processo equo. A molti risulta incomprensibile il perché per un delitto così raccapricciante non si seppellisca il colpevole in una cella isolata e senza luce, lasciandolo lì finché si spenga, finché la polvere lo ricopra e lo seppellisca. Molti non capiscono il nostro ordinamento giuridico, che per dare la prigione a vita, deve avere entrambe le perizie psichiatriche allineate e queste perizie devono dire che l’imputato è impossibile da curare.

Il margine dei giudici è esiguo. È pure vero, che al momento della presunta scarcerazione, una commissione può decidere se il rischio di recidiva sussiste e prolungare per altri cinque anni la detenzione.

Molti non capiscono, e forse nemmeno io, che sono sempre stato contro la pena di morte e difensore dello Stato di diritto. Farsi giustizia da soli è sbagliato. Quasi sempre. A volte però incappiamo in mostri del genere e non capiamo più. Dobbiamo però ricordarci che è la paura a guidare i nostri pensieri, e che la paura è una pessima e distruttiva consigliera.

Il mostro di Rupperswil, e possiamo dirlo senza tema di grosse smentite, probabilmente non uscirà più. Poche commissioni se la sentirebbero di lasciare a piede libero una persona del genere, valutando inoltre che aveva già pianificato delitti similari nel canton Berna e nel canton Soletta.

A noi resta la paura, che ci morde le viscere, che ci corrode dentro. Ma è questa paura che dobbiamo combattere, perché chi difende la legge è quello col cappello bianco, quello buono, quello che si sacrifica per gli altri. È questo che separa noi dai mostri, perché se ci facciamo giustizia da soli, non esiste più una linea di confine e finiamo tutti a nuotare nello stesso lago di sangue, e diventiamo tutti mostri, almeno un po’.

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