Populismo e xenofobia pagano: M5S e Lega si prendono l’Italia

Il Movimento 5 Stelle e la Lega sovranista di Salvini sfondano alle elezioni politiche, disastro totale della sinistra.

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Il dato di fatto è inequivocabile: l’Italia ha votato contro il suo stesso sistema di partiti tradizionali. E lo ha fatto concedendo una nettissima vittoria elettorale in primo luogo al Movimento 5 Stelle, primo partito con oltre il 30% dei voti. Il Movimento, che al Sud conquista praticamente tutti i collegi uninominali, incamera probabilmente la svolta “governista” degli ultimi tempi, limando, a detta dei maggiori analisti, la sua carica di partito anti-sistema per assumere seriamente il ruolo di forza di governo realmente alternativa (o complementare) ai due schieramenti principali. E in questo senso sono state chiarissime le ultime dichiarazioni di Di Maio riguardo una possibile apertura ad alleanze di governo, ciò che nella precedente tornata elettorale del 2013 era stato il grande tabù del Movimento, che di fatto ha vanificato il boom alle urne e la possibilità di essere coinvolti nel governo.

A livello di coalizioni, il centrodestra si proclama però vincitore, ottenendo intorno al 35% dei voti.. E subito si apre la partita per la leadership, con Salvini che capitalizza anni di odio social e fa la parte del leone con il 17% circa dei voti, superando Forza Italia. Quella che viene definita una sana competizione fra vincenti potrebbe diventare in realtà una faida sommersa: non è un mistero la diffidenza, per usare un eufemismo, di Berlusconi nei confronti di Salvini il quale, dal canto suo, rivendica il ruolo della Lega come forza trainante in un centrodestra euroscettico e tendenzialmente sovranista.

Nettissima, e durissima, è la sconfitta del PD, al momento sotto il 20% quando mancano ancora poche sezioni da scrutinare. Un tracollo che è in linea, peraltro, con la slavina che si è abbattuta negli ultimi tempi sulla socialdemocrazia europea, dal disastro dei socialisti francesi alla batosta presa dall’SPD in Germania. La sconfitta ha un nome: Matteo Renzi, l’uomo capace di portare il centrosinistra al massimo storico alle Europee del 2014 con il 40% e di dimezzare poi i propri voti con una serie di scelte legislative, a partire dal Jobs Act e dalla Buona Scuola, sempre più orientate verso soluzioni liberiste capaci di scontentare a sinistra e a destra. Un passo indietro con le dimissioni da segretario del partito sembra ormai l’unica scelta per chiudere dignitosamente un’avventura politica fallimentare che neanche le leggi sui diritti civili (unioni gay, legge sulla tortura, biotestamento) approvate in versione estremamente light per i continui compromessi con l’ex-alleato clericale Alfano possono illuminare. Al disastro della sinistra contribuisce il fallimento  di Grasso con Liberi e Uguali, punito verosimilmente dal peso di D’Alema e dei transfughi del PD nelle candidature. Un progetto partito male, con le polemiche sulle candidature a favore degli ex-PD, e finito peggio. Un’occasione sicuramente persa.

Il fallimento, oltre che nelle regioni tradizionalmente “rosse” è chiarissimo nelle sfide dei collegi uninominale, dove gli esponenti di spicco arrancano o crollano: i ministri uscenti Minniti, Franceschini, Fedeli, Pinotti per il PD, così come Grasso, la Boldrini, D’Alema, Errani per LeU rimediano pessime figure non riuscendo in alcuni casi ad arrivare neanche secondi.  

E ora che succede? La risposta che sembra calzare meglio di tutte ed esprimere la situazione in prospettiva della formazione di un governo è semplice: BOH!  Nessuno degli schieramenti ha una chiara maggioranza uscita dalle urne, per cui sarà necessario ricorrere ad alleanze più o meno improvvisate e sulla cui tenuta c’è poco da scommettere. Il cosiddetto “Renzusconi” figlio del Patto del Nazareno è sicuramente tramontato come ipotesi, non ci sono i numeri. Al momento, l’unica convergenza possibile sembra essere quella fra il M5S e la Lega, con il supporto di Fratelli d’Italia: un asse fra destra e populisti, sicuramente, dal nostro punto di vista, il peggiore degli scenari possibili ma realisticamente l’unico fondato su diversi punti del programma condivisi, dalle posizioni anti-UE alla limitazione dell’immigrazione. L’ingombrante presenza di Salvini, però, mai tenero verso il Movimento Cinque Stelle, complica le prospettive. Non è totalmente da escludersi una inedita alleanza fra nemici storici fra il M5S e un PD “derenzizzato”, con l’appoggio magari di LeU, anche se il PD proclama di non voler fare alleanze con nessuno, ma senza Renzi tutto sarebbe possibile. Le alternative? Un governo di unità nazionale, o di larghe intese che dir si voglia, l’ennesimo da 5 anni a questa parte, o un governo cosiddetto “di scopo”, che modifichi questa insulsa legge elettorale per poi tornare alle urne con un sistema che consenta di esprimere una chiara maggioranza. La palla passa ora a Mattarella, e, francamente, non vorremmo essere nei suoi panni.

Piccole nota di colore dalla maratona di Mentana su LA7, per chiudere: un sospiro di sollievo per la debâcle di Casapound, che stenta ad arrivare all’1%, con il leader di Stefano che fa la vittima per il presunto boicottagio da parte dei media, un sorriso di simpatia per l’entusiasmo dei sostenitori di Potere al Popolo, belli ciocchi e sorridenti in diretta tv, per loro l’1% e qualcosa ottenuto in soli 3 mesi di vita politica è già un successo.

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