Sono stato un morto

Di
Ieri pomeriggio [una settimana fa n.d.r.], per circa un’ora, sono stato l’algerino Abdelhak Kouadria. Ho avuto 30 anni, l’età in cui sono morto.
Sono uno dei migranti che ha tentato di attraversare il mare Mediterraneo, pensando unisse due continenti. Invece è confine che divide, fossa invalicabile piena d’acqua salata e di cadaveri.
Il cartello col mio nome me l’ha dato uno del Coordinamento delle associazioni che a Como fanno qualcosa per noi migranti. Anzi, per quelli che in qualche modo ce l’hanno fatta. Non come me.
A Balerna c’ero per ricordare un altro migrante che non ce l’ha fatta: Youssouuf Diakite, morto folgorato un anno fa sul tetto di un bellissimo treno svizzero. Aveva 20 anni e sognava un futuro. Youssouuf è rimasto per molti giorni Senza Nome. Chi cerca di scappare da miseria, guerre e persecuzioni è solo un migrante, senza neppure la dignità di un nome. Oggi Youssouuf un nome ce l’ha, scolpito su una lastra di granito ticinese nel cimitero di Balerna, dove è stato sepolto.
Di me non so niente. Non so perché ho lasciato l’Africa, la mia famiglia, e come sono morto a soli 30 anni. D’altra parte non interessa a nessuno. Finito il ricordo di Youssouuf e detta una preghiera sulla sua tomba, ho restituito il cartello con la mia foto. E sono tornato ad essere un sessantenne giornalista di Mendrisio.
Luigi Maffezzoli

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