Quando a sostituire il male è un altro male

Iperborea ristampa “Autunno Tedesco” di Stig Dagerman, raccolta di articoli in cui viene descritta impietosamente la tragedia della Germania dopo la resa senza condizioni agli Alleati

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La vita di Stig Dagerman, grandissimo scrittore svedese, è stata la somma di due o tre calvari. Nei primi mesi di vita viene abbandonato dalla madre ed il padre, minatore, per garantirgli una crescita normale lo affida ai nonni. Un momento felice che dura quel che dura. Infatti quando Stig ha 17 anni il nonno viene ucciso da un balordo e la nonna, disperata, viene colpita da un’emorragia cerebrale. Stig tenta il suo primo suicidio. Intanto il suo talento comincia già ad imporsi. Lui è un ribelle, bazzica gli ambienti anarchici e sindacalisti (è più vicino ai primi che ai secondi) e ne frequenta le relativi redazioni dei giornali.

A 22 anni, nel 1945, pubblica il suo primo romanzo («Il serpente») e subito fa il botto: critica e pubblico lo acclamano. Già gli viene preannunciato un Nobel. Si sposa ma non funziona. E intanto scrive tantissimo: articoli, romanzi, poesie, sceneggiature teatrali. Si sposa un’altra volta, con la famosa attrice Anita Bjork, ma anche questo matrimonio viene fortemente condizionato dalla sua persistente depressione. Dopo una paralisi produttiva e svariati tentativi di suicidio muore asfissiato nella propria auto a soli 31 anni.

In italiano l’opera di Stig Dagerman è stata pubblicata da Iperborea, una bella casa editrice che ha lo specifico della letteratura del nord (tra le altre cose le va ascritto il merito di averci fatto conoscere Paasilinna e Bjorn Larsson).

In queste settimane ha stampato «Autunno tedesco». E’ una raccolta di diversi articoli pubblicati nel 1945, dopo un viaggio-resoconto nella Germania appena arresasi … «senza condizioni». Lui non si accoda ai viaggi organizzati per giornalisti (che vivono in albergo e vengono guidati nei posti ritenuti più significativi) ma se ne va in giro da solo. Non partecipa al coro «gli Alleati sono tutti buoni e i tedeschi cattivi»: lui vuole vedere. E quando sente dai colleghi l’aggettivo «indescrivibile», lui dice no: bisogna descrivere!, magari con l’intelligenza del cuore. Così nel suo primo articolo, «Rovine», mette il dito nella piaga descrivendo le condizioni di vita dei sopravvissuti: in scantinati, con l’acqua alta dieci centimetri e lo strazio della fame di tanti bambini. Certo, non vuole giustificare il Male Assoluto ed è ben cosciente degli orrori perpetrati dai nazisti. Ma … dopo, a pace proclamata, perché prendersela e in questo modo con i bambini ? La denazificazione, più che plausibile, viene perpetrata anche in modalità infami. Ragazze indigene costrette a darsi a militari ubriachi, vecchi allo stremo bastonati e derubati dalle poche patate che sono riusciti a rubare, scene di ordinaria miseria. E i profughi che arrivano all’est, subito ritenuti colpevoli di tutto (siamo alle solite!), dalla crisi di fame della Ruhr alla fame senza crisi nel resto del dissolto Terzo Reich. Ancora: descrizione di bombardamenti a cimiteri (!) e, quel che più addolora, il fatto che ex-nazisti abili e chiacchieroni sono stati capaci di rifarsi una verginità politica, approfittando dell’egoismo miope degli Alleati, e diventare capetti nei socialdemocratici. Riuscendo a salvarsi e continuando a comandare.

La critica accosta Dagerman a Kafka e Camus, tanto per rendere l’idea. Una cosa è certa: i pugni in pancia per i lettori non sono pochi. Ed è giusto così. Insostenibile il quadro finale, con «un giurista del Terzo Reich che raccoglie legna nel bosco dove appena due anni prima i nazisti hanno impiccato dei bambini, e più in alto gli americani sparano al cinghiale con le munizioni della vittoria». La fame, ribadisce Dagerman, non è mai una buona maestra.

«Autunno tedesco» , di Stig Dagerman, 1945, tr. Massimo Ciaravolo, Iperborea, 2018, pag. 202, Euro 17,00.

 

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