A ognuno la sua Pasqua, laicamente vissuta

Una rilettura in chiave laica ed esistenziale della Pasqua

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La Pasqua  non mette d’accordo tutti, ammettiamolo. Se il Natale, in fondo, ha la sua atmosfera, la sua magia, con le luci, i mercatin col il vin brûlé, i pacchetti regalo, la Pasqua è un po’ più freddina come situazione. Chiaramente c’è anche un discorso religioso, in mezzo: se della nascita del Cristo non c’è molto da discutere (al di là delle interpretazioni, del Sol Invictus e roba simile), la Resurrezione è totalmente una questione di Fede. O credi che Gesù dopo tre giorni è saltato fuori vivo e vegeto, o almeno così dicono di aver visto i suoi discepoli, e allora per te Pasqua è la festa centrale del credo cristiano, oppure, da bravo razionale, non hai proprio nulla da festeggiare.

Eppure, credo che si possa laicamente trovare una ragione per celebrare la Pasqua, sia pure a livello simbolico, non per ciò che commemora ma per quello che rappresenta a partire dal suo significato letterale e dalle sue radici storiche nell’ebraismo.

Gli Ebrei con la Pasqua celebrano la liberazione  dalla schiavitù d’Egitto: “Pesach”, passaggio, era il termine che indicava tradizionalmente il “passare oltre” dell’Angelo Sterminatore dei primogeniti egiziani, che secondo il libro dell’Esodo risparmiò le case dei giudei segnate con il sangue di un angelo. Allo stesso modo, il senso della Pasqua ebraica viene traslato nel Cristianesimo trasformandosi in liberazione dalla schiavitù del peccato tramite il sacrificio di Cristo, Agnello di Dio.  In questo senso, il passaggio non è più quello della Morte, ma bensì DALLA morte alla vita tramite la Resurrezione.

Partiamo da questo: pensiamo che, come per i Cristiani il senso della Pasqua sia il passaggio di Cristo dalla morte alla vita, per noi laici potrebbe essere l’occasione per ripensare ad ogni nostro momento di buio, di scoramento, forse lo stesso che provavano gli Apostoli di fronte alla morte sulla croce del loro Maestro, e trovare un motivo per uscirne, per tornare alla vita, per risorgere in senso lato. Lo diciamo spesso, ognuno ha il suo personale calvario: c’è chi non trova lavoro e magari è in assistenza, chi non può vedere i figli a causa di un divorzio difficile, chi subisce abusi e angherie da parte del partner o del datore di lavoro, e a un certo punto si sente morire inchiodato a una croce che gli è stata imposta addosso e gettato in un sepolcro.

Ecco, penso che ognuno di noi debba pensare, in questo giorno, a come riuscire a celebrare la propria personale Pasqua, come liberazione dalle schiavitù delle angosce del vivere quotidiano,  a volte anche autoimposte: fare Pasqua laicamente vuol dire unirsi al risveglio della natura con la primavera appena iniziata, uscire dall’inverno della vita in cui tutto muore o si addormenta sotto una coltre di gelo, riprendere colore e calore vitale.

Auguro a tutti voi lettori che possiate celebrare il vostro personale passaggio a qualcosa di diverso, di migliore. Qualcosa di vivo.

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