Conflitto in Siria: una guerra di narrazioni

Una lettura in chiave di storytelling della guerra in Siria, fra immaginario marveliano e schemi narrativi

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Al di là delle analisi geopolitiche, quello che colpisce, nel conflitto siriano, è che oltre che a livello militare è in atto un vero e proprio scontro comunicativo, con due distinte narrazioni. Ognuna di esse ha dei tratti specifici e in un certo senso familiari ai suoi autori, ma entrambe sembrano seguire, consapevolmente o meno, uno script con personaggi, ruoli e funzioni definiti e in un certo senso codificati.

Abbiamo lo storytelling americano, a uso e consumo del pubblico occidentale, quello da fumetto e film Marvel o DC: c’è l’Eroe (gli USA ovviamente) e il Villain (Assad) con i suoi sgherri. Il Villain compie azioni atroci conto i cittadini indifesi e l’Eroe lo denuncia al mondo e lo attacca insieme ai suoi alleati per punirlo. Una specie di versione geopolitica degli Avengers, insomma. Qui non ci sono sfumature, lo schema è elementare, chiaro, in puro american style diremmo: un Buono vs. un Cattivo, il Bene contro il Male. È ciò a cui, in fondo, siamo avvezzi da decenni, anche in termini comunicativi, fin dall’Impero del Male di reaganiana memoria, e ancora indietro, dalla caccia agli untori seicentesca fino all’Ebreo simbolo di ogni perfidia nei secoli passati. Ci risulta familiare avere un Cattivo a cui addossare le colpe di ogni male, ci conforta sentirci dalla parte del Bene e della Giustizia, ci offre un pretesto per giustificare l’orrore della guerra in quanto male necessario per ristabilire l’ordine. Anche il linguaggio, soprattutto da parte di Trump, è ai limiti del fumettistico: Assad è definito “un animale”, “un mostro”, quasi come se ciò dovesse in qualche modo servire a negarne definitivamente la natura umana e rendere più accettabile l’idea di sommergerlo di bombe. E attenzione: anche qui, le armi dei buoni sono “buone e intelligenti”, fisicamente tangibili e visibili,  mentre il Cattivo usa i suoi malvagi poteri soprannaturali, il gas, gli stratagemmi sudboli. A concludere e suggellare la punizione del Cattivo, arriva poi la frase standard,l’happy ending di ogni trama hollywoodiana: “Missione compiuta”.

Che poi questa trama sia debole e scontata, che ad esempio, gli USA osteggino Assad come dittatore tutelando al contempo oggi l’assolutismo retrogrado saudita, come Fulgencio Batista o Pinochet ai tempi che furono, è un discorso che allo spettatore non passa. Perchè è già su un altro livello, fa parte di quella categoria che potremmo definire il “segreto minaccioso del passato”, quello che, in fondo, sappiamo esistere da sempre e che tuttavia viene messo in ombra e ricacciato indietro dalle fulgide gesta dell’Eroe contro il Male. È il famoso lato oscuro dell’eroe, ciò che fondamentalmente ci ripugna ma al tempo stesso ci attrae.

Dall’altra parte, abbiamo un tipo di storytelling nettamente diverso, più complesso nel suo svolgersi. Qui la netta contrapposizione Buoni – Cattivi è molto più sfumata, non esiste un Bene assoluto e un Male assoluto incarnati. Si ricalca, in un certo senso, lo schema di Propp sulle fiabe russe (e non è forse un caso, che siano russe), con dei personaggi e delle “funzioni” definite: c’è un Eroe, in questo caso Assad, con un aiutante (la Russia), un Antagonista, ovviamente gli USA, e un Anti-Eroe, ovvero i “ribelli” con annesse formazioni terroristiche. C’è un evento di rottura che crea la tensione, in questo caso l’accusa di aver usato armi chimiche ritenuta calunniosa da Assad e dai russi, che costituisce l’ “inganno” che provoca l’“allontanamento” dell’Eroe resosi indegno, da parte dell’Antagonista. La storia prosegue quindi con le “pretese infondate” dell’Anti-Eroe, che prende il posto dell’Eroe nel suo paese sostenuto dall’antagonista, e con la chiave di tutte le storie di caduta e redenzione, ovvero la Prova, l’impresa che l’Eroe deve compiere insieme all’aiutante per redimersi agli occhi di tutti e smascherare e sconfiggere l’Anti-Eroe, impresa che in questo storytelling è rappresentata dalla cacciata dell’ISIS e dallo smascheramento finale dell’Anti-Eroe (ovvero le prove che ad usare il gas sarebbero stati i ribelli).

Anche qui, è una trama che sembra ricalcare schemi precisi, con ruoli, eventi e personaggi ben precisi: è una struttura del racconto diversa da quella occidentale e al tempo stesso, come vediamo, comune al mondo “orientale”, Russia inclusa, e lo schema di Propp, in forma semplificata, sembra definire in modo incredibilmente chiaro questo tipo di storytelling.

C’è poi, a ben vedere, quasi un che di cristologico in questo passaggio dal buio alla superficie, nell’inganno e nella persecuzione ingiusta dell’eroe e nella sua “risurrezione” tramite prove e sacrifici di sè, un ripetersi di uno schema che nella Bibbia, ad esempio, è sempre ripetuto e perfezionato, fino alla Passione di Cristo. E prima ancora, nel mito di Osiride ucciso da Seth e poi redivivo vendicatore, nel mito greco delle dodici fatiche di Eracle per purificare se stesso dopo l’uccisione della moglie, e via dicendo.

Appare quindi chiaro, in conclusione, che il conflitto siriano è uno scontro non solo militare, ma anche di narrazioni, di due storytelling opposti con tratti specifici dei due contendenti, due modi radicalmente diversi di raccontare i fatti costruendo su di essi una storia coerenze. E purtroppo, in questo scontro, come in ogni duello fra Eroe e Anti-Eroe, le vittime sullo sfondo sono sempre e comunque “i popolani”, la gente comune, i cittadini di Chicago sotto i piedi di Godzilla: comparse sacrificate alle esigenze del racconto.

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