Il pentimento del fenicottero

Noi stiamo coi fenicotteri, che sono usciti, poverini, malamente da questa storia, ignare vittime, inermi palloni gonfiati senza boria.

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Chi ha pensato che l’installazione di Oppy De Bernardo fosse solo una performance artistica è un fesso. Quello che si è svolta in Piazza  Grande a Locarno poche settimane fa è un dramma della vita, una catarsi collettiva dove la Piazza Grande, metaforico palcoscenico dell’esistenza, è stata muta spettatrice ma anche specchio di una società malata, egoistica e involuta su se stessa, mentre i rosei volatili costringevano gli spettatori ad essere inconsapevoli carnefici della bellezza intrinseca del parallasse e della supercazzola.

A noi erano piaciuti un sacco i fenicotteri. Erano rosissimi e divertenti e di notte in piazza era meglio di Gardaland. Insomma, era bello e basta, e chissenefrega delle varie polemichette sugli immigrati o l’inquinamento.

Noi stiamo coi fenicotteri, che sono usciti, poverini, malamente da questa storia, ignare vittime, inermi palloni gonfiati senza boria.

Ma, soprattutto, che significato ha il fenicottero nell’immaginario collettivo? Perché ovunque, nei grandi magazzini spuntano fenicotteri gonfiabili, tazze e piatti fenicotteri, temperamatite fenicotteri e mutande fenicottere? E poi, perché si chiamano fenicotteri? Perché sono rosa e non verdi se mangiano alghe?

Ma soprattutto, perché questo editoriale senza senso, quando voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha?

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