Incontriamoci in cucina

Un hummus può farmi scordare la tua religione? Un raviolo può parlarmi di te? Grazie a Laura e Carol donne di etnie diverse sono finite nella stessa cucina e l’integrazione è passata per la pancia.

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Quando ho iniziato ad accompagnare i saltimbocca alla romana con le tagliatelle, mi sono chiesta: cosa mi sta succedendo? Poi ho capito che la parmigiana su rösti croccante, il burro sempre e solo svizzero e l’olio unicamente abruzzese mi avvertivano che la mia integrazione, almeno tra i fornelli, splende di luce propria. Negli anni, le radici un po’ terrone si sono fuse con quelle di un puro esemplare elvetico. Facile, a tratti comico, ma facile.

Un po’ meno semplice e comica è la storia di immigrazione e integrazione di altri, in particolare delle donne. Le persone fuggono, viaggiano, arrivano, sperano di rimanere. C’è chi le osteggia, chi invece prova ad accoglierle. Tra chi ha dato loro l’opportunità di uscire di casa e farsi conoscere, ci sono Laura Spertini e Carol Galbusera, due ticinesi che due anni fa hanno messo in piedi il progetto “Incontriamoci in cucina”. Al quale, lo ammetto, fui tentata di partecipare: avrei voluto tenere una lezione sull’Aromat e il cottage cheese.

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“Due ragazzi eritrei ci dissero che le loro mamme facevano fatica a integrarsi. Capimmo che dovevamo, nel nostro piccolo, fare qualcosa per le signore rifugiate. Sentimmo parlare del programma contackt-citoyenneté promosso dal Percento culturale Migros, così ci candidammo e il nostro progetto fu premiato”. Insomma, come ha continuato a spiegarmi Laura, finalmente c’erano i fondi per realizzare i multietnici appuntamenti culinari.

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Da settembre 2016 partirono gli incontri: “Ogni lunedì (per un totale di sei appuntamenti) donne ticinesi e donne arrivate in Ticino da poco cominciarono a incontrarsi in cucina. Prima facevamo la spesa insieme, poi a rotazione ognuna preparava una sua specialità che alla fine gustavamo. Certe volte si respirava un’atmosfera da masterchef perché ognuna era super orgogliosa di raccontarsi e raccontare il suo Paese attraverso il cibo”. Qualcuna conosceva la preparazione del risotto, nessuna sapeva cosa fosse la fondue. Una sola regola era stata fissata: mai usare troppo peperoncino.

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Lo scambio di ricette, lingua e pensieri ha coinvolto circa 25 donne che, suddivise in tre gruppi, per sei lunedì consecutivi hanno cucinato prima in una sala di Viganello messa a disposizione dalla Città di Lugano, poi al Centro giovanile. Alla fine di ogni ciclo arrivava il brunch: accolti nella splendida sala di Casa Rusca di Cureglia facevano capolino pure figli, mariti e amici delle partecipanti.

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Nonostante le non poche difficoltà, dal trovare gli spazi dove radunarsi ai ‘due di picche’ dati a volte da partecipanti troppo impegnate, Laura e Carol sono riuscite a portare in tavola piatti e storie di tanti Paesi: Togo, Siria, Sri Lanka, Tibet, Iraq, Eritrea, solo per citarne alcuni. Con queste donne hanno condiviso l’attesa di un permesso di soggiorno, la gioia per l’aiuto dei figli, già linguisticamente più integrati; hanno riflettuto sulla frustrazione di non poter praticare la professione esercitata in patria, non guadagnare e sul dispiacere dell’essere lontane da casa.

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Se la maggior parte delle signore è arrivata in Ticino per ricongiungersi con il marito, c’è anche chi è arrivata da sola. Come una donna fuggita dal Tibet, che per oltre cinque anni non ha potuto né sentire né rivedere i figli: “Io l’ho assistita in alcune sue battaglie, più volte ha provato a raccogliere firme per petizioni da portare a Berna per cercare di aiutare il suo Paese oppresso dalla Cina. In questi giorni finalmente è potuta partire, in India riabbraccerà i suoi figli”. Laura, interprete e da anni impegnata in progetti umanitari, mentre parliamo, intreccia storie di dura vita ai ricordi piacevoli delle lezioni di cucina: “lei ci ha insegnato a fare i Momo, dei ravioli che per riuscire a chiuderli in maniera dignitosa serve tanta manualità”. (qui la ricetta).

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Ma cosa fanno queste donne ora che il progetto è finito? “Molte hanno trovato occupazioni, alcune sono rimaste in contatto tra loro e con noi. Già lo scorso anno, per aiutarle a guadagnare qualcosa, abbiamo organizzato un aperitivo al Bar TRA di Lugano assieme a un altro progetto di contackt-citoyenneté. Poi abbiamo partecipato allo Street Food Village organizzato da Sapori&Dissapori a Melide, dove il successo del nostro stand è stato notevole”. Insomma a sentire Laura, l’integrazione può davvero passare per lo stomaco.

Ed è così che il gruppetto più stabile formatosi nella cucina di Viganello, oggi composto da quattro siriane, una srilankese e una togolese, si è già occupato del buffet per l’annuale serata in onore di Flavia Bertozzi-Moroni, il ‘Memorial Flo’, e molto presto si rimetterà ai fornelli per altri aperitivi multiculturali.

Un po’ mi pento di non aver partecipato al progetto due anni fa, mi avrebbe fatto piacere rimanere stupita quanto Laura di fronte alla preparazione del Makblube, una pietanza siriana che, in barba alla riconosciuta leggerezza di quella cucina, contempla tanto, ma tanto burro.

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