L’accordo nucleare sta per saltare

Donald Trump vuole l’affossamento dell’accordo firmato dal suo predecessore Brack Obama, e per il 12 maggio 2018 deve decidere se prolungarne i termini oppure no

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Nel luglio 2015 è stato siglato uno storico accordo sul nucleare iraniano tra l’Iran e i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina), e in aggiunta la Germania. L’accordo prevedeva l’eliminazione delle sanzioni economiche imposte all’Iran (che si stima abbia portato un beneficio che s’aggira intorno 100 miliardi di dollari) e l’accettazione da parte iraniana di limitare il proprio programma nucleare e permettere periodici controlli, da parte dell’ONU, alle sue installazioni nucleari.

In realtà, in questi tre anni, nonostante l’alleggerimento delle sanzioni economiche, all’Iran è stata ancora preclusa la possibilità di avere rapporti con le banche internazionali. La reintegrazione nell’economia mondiale del Paese è stata intenzionalmente “rimandata”, cosi da creare malcontento nel popolo iraniano, che invece sperava in una rapida ripresa economica, come gli era stato promesso.

Ora tutto è a rischio; Donald Trump vuole l’affossamento dell’accordo firmato dal suo predecessore Brack Obama, e per il 12 maggio 2018 deve decidere se prolungarne i termini oppure no.

Se le ultime nomine di Trump possono essere considerate un indicatore di tendenza, c’è poco da essere allegri, Mike Pompeo, ex capo della CIA, sostituisce il Segretario di Stato Rex Tillerson per divergenze d’opinione proprio su come trattare con l’Iran; ma soprattutto John Bolton, nominato consulente per la sicurezza nazionale, è una minaccia per la sicurezza globale. Bolton odia le Nazioni Unite e qualsivoglia legge internazionale. E’ un guerrafondaio che vuole fare a pezzi l’accordo nucleare e bombardare l’Iran.

Si prospetta che Washington dialoghi con la Corea del Nord, che annuncia a sorpresa (mica tanto poi) di sospender test nucleari, e di un probabile incontro tra Trump e Kim Jong Un nel prossimo maggio. Una svolta diplomatica che sostituisce la gara dei “ bottoni rossi” alla quale si dedicavano fino a poco tempo fa i due leader.

Se da un lato si dialoga con la Corea del Nord per raggiungere un accordo di denuclearizzazione, dall’altro si lavora per smontare l’accordo raggiunto con l’Iran; un fatto assolutamente incoerente, incomprensibile e contraddittorio che può generare un doppio fallimento, sia nella penisola coreana che in Medio Oriente.

Come convincere Kim Jong Un che un futuro accordo sarà rispettato, se l’alternanza politica negli USA può rimettere in discussione la parola data dal Paese? Il Leader nord coreano rinuncerà a quella che è sempre stata presentata come la sua “assicurazione sulla vita”, in cambio di un accordo che può essere stracciato in ogni momento? Perché rischia, oggettivamente, di trovarsi nella posizione di Gheddafi dopo che aveva rinunciato a qualsiasi programma nucleare.

Nel caso non venisse ratificato il testo sulla denuclearizzazione concordato con Teheran, l’Europa, (e in particolare Parigi, Berlino e Londra) avranno la capacità di salvare l’accordo e impedire all’Iran di riavviare subito dopo il suo programma nucleare, come minacciano di fare i falchi di Teheran?

Ovviamente Russia e Cina si schiereranno contro ogni tentativo di interrompere e sabotare l’accordo.

Fin dalla campagna elettorale, Trump definiva l’accordo iraniano “il peggiore mai negoziato dagli USA”, ora la fine dell’accordo minaccia la credibilità dei firmatari ma, soprattutto, minaccia la credibilità della diplomazia come strumento di pace e sicurezza.

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