Più imprese, ma noi incassiamo meno

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Ci dicono che la prossima votazione sulla riforma fiscale delle imprese è determinante per il futuro del nostro Paese. In realtà le cose non sono così semplici. In primo luogo, a livello nazionale, il nostro Paese (dopo la bocciatura della Riforma III delle imprese) deve correggere le distorsioni legislative che favoriscono le imprese straniere, cosa non molto apprezzata a livello europeo perché toglie entrare fiscali ai Paesi di origine delle imprese stesse e perché la competizione tra nazioni non è equa.

Detto questo possiamo ragionare sulla situazione interna e su quella cantonale. Da almeno tre decenni, assistiamo a una gara a chi propone le aliquote più basse. Il risultato di questa competizione al ribasso tra Cantoni è che le imprese oggi pagano meno imposte rispetto a trent’anni fa ma anche che le amministrazioni pubbliche incassano meno.

Vediamo un paio di dati ticinesi: nel 2003 cerano 17’272 contribuenti (società anonime) e lo stato incassava 227 milioni; nel 2015 i contribuenti sono aumentati a 22’203 ma le entrate sono diminuite a 211 milioni. Il confronto necessiterebbe di analisi più approfondite ma rendo comunque l’idea.

La teoria economica dice che effettivamente l’arrivo di una multinazionale (avvenimento tanto desiderato dai nostri politici) arreca dei vantaggi, perché crea nuovi posti di lavoro, incrementa le esportazioni, attua trasferimenti di tecnologie e porta nuovi capitali. Ma ci sono anche aspetti negativi: i centri decisionali rimangono all’estero, spesso assumono il controllo di imprese strategiche, hanno un costo fiscale, influiscono negativamente sulla ricerca pubblica e i dividendi vanno a vantaggio di pochi fortunati. Il bilancio finale è quindi molto incerto.

Naturalmente, una fiscalità più competitiva – ci dicono – serve anche a non far scappare le imprese già presenti sul territorio. Tuttavia, bisognerebbe anche considerare due cose: che spostare un’impresa non è che come partire in vacanza e che il problema potrebbe essere risolto trovando un accordo con aliquote fiscali uguali in tutti i Cantoni (un tema, questo, che sembra un vero e proprio tabù).

Se poi ci concentriamo sul Ticino, ci accorgiamo che le multinazionali che hanno portato qualche cosa di veramente positivo si possono, forse, contare sulle dita della mano e in pochi settori: farmaceutica, produzione industriale e poco altro. Abbiamo invece accolto multinazionali che hanno delocalizzato la loro logistica (moda) o che sono fallite in poco tempo dopo che lo Stato aveva sborsato diversi milioni (vedi Pramac), con un bilancio che non appare particolarmente positivo.

Anche perché una multinazionale trasferisce produzione ad alto valore aggiunto, solo dove ci sono le premesse affinché questo avvenga, cosa che in Ticino è ben lungi dall’essere una costante. Quando prendono in considerazione il nostro Cantone è quindi per sfruttare la posizione di frontiera e per attività a basso valore aggiunto.

Sarebbe quindi ora di iniziare a pensare e ad agire seriamente per implementare una politica industriale degna di questo nome, ma siccome non abbiamo nessuna tradizione in questo campo, ci limitiamo a grandi proclami e a pochissima sostanza.

D’altronde questo lo diceva già il professor Kneschaurek negli anni ’60, con l’unica – o una delle pochissime – analisi serie e scientifiche dell’economia ticinese, già allora ignorata o forse semplicemente incompresa. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima ma continuiamo a navigare a vista se non controcorrente (o contro il buon senso).

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