Processo alla libertà di stampa

Giovedi 26 presso la Pretura Penale di Bellinzona si aprirà il processo che vede imputati i giornalisti del Caffè in seguito alla denuncia da parte della clinica Sant’Anna di Sorengo a seguito dell’inchiesta condotta dal domenicale

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La libertà di stampa a processo. È quello che accadrà giovedì 26 alla Pretura Penale di Bellinzona, con alla sbarra i giornalisti de Il Caffè, in seguito al decreto di accusa del PP Perugini successivo alla denuncia della clinica Sant’Anna di Sorengo. I fatti sono noti: il domenicale avvia un’inchiesta sull’errore medico che ha portato il dottor Piercarlo Rey ad amputare per errore il seno a una paziente, e sul successivo accordo fra vittima, medico e  struttura, e la clinica denuncia direttore, vice-direttore e giornalisti non solo per la “classica” diffamazione, negando il proprio coinvolgimento nell’accordo, ma, udite udite, per concorrenza sleale (ne abbiamo parlato circa un anno e mezzo fa, leggi qui). ll tutto, precisiamolo, senza che al Caffè la stessa clinica addebiti, citando dal domenicale del gennaio 2017, “né errori né imprecisioni su quanto pubblicato”. A sostegno dei giornalisti, viene ora rinnovato l’appello lanciato un anno fa con primi firmatari Matteo Pronzini, Jacques Ducry, Gianni Frizzo, Giuseppe Sergi, Sergio Rossi, Christian Marazzi, Renato Martinoni e Franco Cavalli, che ha già raccolto migliaia di firme e a cui si unisce ora l’invito a manifestare anche la propria solidarietà presenziando al processo in aula.

Il caso del Caffè è emblematico di come un certo tipo di giornalismo di inchiesta, quello che fa domande scomode, scava in profondità, collega fatti, documenti personaggi per ricostruire le trame di oscure vicende da portare alla luce e all’attenzione del pubblico, sia percepito come una minaccia dai soggetti i cui interessi vengono toccati. Si cerca di mettere a tacere tramite procedimenti giudiziari le poche voci indipendenti rimaste nel nostro Cantone, una realtà in cui, citando dal testo dell’appello, “la pluralità giornalistica si sta drammaticamente impoverendo”. L’intento, forse, è quello di creare un precedente che inviti a più miti consigli chiunque, in Ticino, si ostini a cercare di scavare al di sotto della crosta, a porre interrogativi, a portare avanti inchieste in modo libero e non asservito al blocco di potere dominante, ai grandi gruppi editoriali con a capo i Foa e alle spalle i Tettamanti di turno. Si tenta di educare, con le buone o con le cattive, i giornalisti all’autocensura; scriveva il direttore del Caffè, Lillo Alaimo in merito 1 anno e mezzo fa sulle nostre colonne:

L’autocensura porta inevitabilmente ad essere… deboli con i forti. Specialmente quando il potere usa l’arma dell’intimidazione. L’unica disponibile contro la stampa non disposta a barattare quella ricerca che è l’essenza del giornalismo. Vale a dire illuminare, per comprendere appieno, ogni vicenda ed ogni sua sfaccettatura che logiche di parte  vogliono mantenere in ombra.

Il contesto della stampa alle nostre latitudini, pur non presentando situazioni a volte critiche come altri Paesi (ad esempio nel caso dell’attentato mortale alla giornalista maltese Daphne Caruana Galizia) tuttavia presenta alcune inquietanti ombre soprattutto a livello di indipendenza dal potere politico ed economico: non possiamo non citare, al riguardo, l’operazione, tuttora in corso, da parte di Christoph Blocher che comporta l’acquisizione di quasi 30 piccole e medie testate regionali in tutta la Svizzera, il cui ultimo episodio è l’acquisto da parte di Tamedia, gruppo mediatico zurighese, della Basler Zeitung, nel cui CdA siede proprio Blocher, in cambio della partecipazione in alcune testate regionali. In un panorama, dunque, in cui la stampa diventa oggetto delle attenzioni particolari e morbosi del Potere, quello con la P maiuscola, la presenza di voci autonome e indipendenti, capaci di respingere il corteggiamento dei grandi gruppi di interesse, è essenziale per garantire il pluralismo e la libertà dell’informazione. E se la giustizia diventa l’arma attraverso cui tali gruppi cercano di imbavagliare le voci fuori dal coro, se denunce e processi vengono utilizzati come spauracchio intimidatorio, emerge l’urgenza di aderire ad ogni appello, ad ogni iniziativa in favore della libertà di stampa, e prima ancora, di sostenere, supportare, di non lasciare soli i giornalisti che per difendere tale libertà di stampa si troveranno giovedi, e in ogni tempo, sul banco degli imputati in un’aula di tribunale.

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