Quell’Irlanda conservatrice e maschilista …

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Avete voglia di un bel «giallone»? Una di quelle storie che intrigano alla prima pagina e che, senza una vera presa di coscienza sul perché, non vi lasciano fino alla 625, addirittura insinuando il rincrescimento per la sua conclusione, quando ci si avvicina alla fine …?. Se avete di queste aspirazioni allora prendete «L’intruso», di Tana French, un’americana d’origine irlandese e naturalizzata italiana. Una scrittrice che vanta un paio di eccellenti estimatori (Ian Rankin e Stephen King, non per dire!) e soprattutto milioni di lettori oltre oceano. Perché conosce i segreti della scrittura, i suoi ritmi, e sa individuare temi e/o argomenti decisamente attuali. In questo caso narrando una storia ambientata in una Dublino destabilizzante: quasi addormentata nei suoi quartieri bene ma non benissimo, altro che pub con musica «live» assordante. La protagonista di questa storia è una detective di colore finita nella sezione omicidi: per l’ambiente tutto si tratta di una bestemmia. In quanto donna viene regolarmente ostacolata e tiranneggiata dai colleghi, sempre pronti a «scherzi» pesanti (fotomontaggi sull’armadietto, furto di parti consistenti di rapporti che così devono essere riscritti, depistaggi in certe inchieste…): nonnismo e machismo allo stato puro. Un bell’ambientino che non ha confini nella sua espressione, essendo praticato sia dai grandi capi che dagli apprendisti appena arrivati in sezione. Inutile aggiungere che anche nell’assegnazione dei casi si fa di tutto per ostacolare la detective: le si assegnano quelli banali, risolvibili anche da un bambino (e allora qui si manifestano interferenze brutali o depistaggi creati ad arte per indurre al fallimento), oppure situazioni impossibili.

La storia de «L’intruso» nasce da una casualità. Antoinette Convay, la protagonista, è in ufficio quando arriva la telefonata fatidica: una donna è stata uccisa in casa sua, poco distante dal posto di polizia. Nessuna violenza carnale ma un duro colpo alla testa. Lei, la morta, è lì, perfettina anche nello stato di cadavere: una «barbie», è stato scritto. Non ci sono «segni» né prove, tutto appare perfetto. E allora l’unica via è quelle delle ipotesi. Che portano al suo fresco fidanzato, un libraio che nemmeno se la passa troppo bene con la professione, e ad una vecchia amica d’infanzia. Da qui inizia l’indagine, subito intrigante. La French vanta esperienze in ambito teatrale (attrice ma anche autrice) ed il respiro della narrazione ne risente felicemente. Apparenti dettagli possono diventare aspetti centrali ed altre clamorose scoperte si rivelano … banalità. Come Giallo Classico impone. La storia della vittima viene ricostruita e le scoperte non mancano, come ad esempio una certa analogia biografica tra detective e assassinata. I dialoghi si fanno serrati ed il male oscuro si espande, se all’inizio è una questione individuale, pagina dopo pagina diventa collettiva, sociale. Addirittura con radici storiche lontane. E non è una gran bella Irlanda quella che ne esce. Il segreto di questo romanzo è anche nella doppia tensione: nell’inchiesta di polizia ma anche «dentro» i suoi uffici, con una specie di competizione a tratti insostenibile. E la conclusione? Non è giusto rivelarla qui, basti dire che alla fine l’impressione è quella di aver letto un gran bel giallo.

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