Se scuola sarà … che scuola verrà?

È di etica che bisogna parlare non di morale, vogliamo una scuola dei ragazzi o la scuola del Regazzi?! Vogliamo un’università di vita o l’uni del Vitta?! Vogliamo bambini con il diario scolastico o con il divario scolastico?! E allora lo scrivo grosso: EVVIVA I COMPAGNI! E ANCHE QUELLI DI SCUOLA!!

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Classe 1966, ricordo con enorme malinconia e impolverata poesia l’edificio scolastico nella campagna luganese: un gran bel giardino con tre enormi castagni d’India, il prato dei giochi sul retro, il piazzale asfaltato; il tutto cintato e incastonato tra  campi di mais, margine del bosco, una falegnameria bohemien e l’entrata dell’autostrada. L’asilo era al piano terra a destra dell’entrata e la multiclasse di prima e seconda a sinistra delle scale in granito, salendole a destra si trovava il municipio con il segretario comunale e a sinistra la multiclasse di terza quarta e quinta.

Erano anni affollati, le mamme o i babbi arrivavano a piedi con i figli per mano, i compagni del paese vicino arrivavano col furgoncino e le maestre ci aspettavano sorridenti sui tre scalini davanti al portone ancora chiuso. Era una vera baraonda, ma in quei dieci minuti di pura vita mattutina succedeva tutto e come una strana magia ogni mattina si creava il villaggio. Era una vera scuola di inclusione, eravamo diversi ma ci sentivamo tutti uguali e tutti uniti anche se non mancava la competizione. Un po’ “guerra dei bottoni” e un po’ “le petit Nicolas”.

Esistevano già i bulli come i picinèla, si giocava a biglie anche con le ragazze, si faceva a botte piuttosto spesso ma si risolveva prima di rincasare altrimenti erano castighi, e ci si innamorava! Chi della maestra e chi della compagna di prima fila. A volte durante le belle giornate estive si andava a far lezione nel bosco tutti attorno ad un gigantesco tronco di platano, si imparava e si rideva, e quante discussioni assurde con la maestra che ci dava corda. A quei tempi la matematica era ancora aritmetica ma a far di conto abbiamo imparato benone. In quarta ho scritto un tema sulla merda e la maestra Miriam Righitto l’ha premiato! E conservato …

Già a quei tempi si parlava di scuola rossa, di troppi maestri di sinistra e di nuovi metodi che poi sono stati introdotti, ma lasciatemelo scrivere grosso: QUANTO ERA BELLA LA SCUOLA PUBBLICA!!

Classe 1996, ricordo con immutata angoscia e sbiadito sollievo la colonia penale dell’Istituto Elvetico, anche tristemente noto come l’Andriani o peggio ricordato come il Don Bosco di Lugano: un palazzo grigio recintato come una prigione, una palestra grigia a destra, la chiesa sulla sinistra e in mezzo un gigantesco piazzale completamente asfaltato, pieno di preti vestiti di nero o di grigio e di professori laici che non osavano una tinta oltre il beige, non un albero; per trovare un filo d’erba bisognava guardare nelle tasche dei ragazzi di quarta e di quinta.

Due anni di ginnasio come due anni all’inferno! E questo per il nostro direttore è tutto grasso che cola (a proposito, come è dimagrito il Gobbi …). Quasi tutti gli allievi arrivavano con automobili eleganti, chi con la mamma e chi con l’autista della mamma, ad accogliere i ragazzi il “Consiliere”, un gigantesco prete con il fischietto che, soffiandoci dentro, allineava le classi come soldati e ti alzava dalle orecchie se sgarravi. Non si giocava a biglie, non ci si innamorava  e le botte le davano solo gli adulti perché se facevi a cazzotti tra compagni ne arrivavano di più dagli insegnanti. Lunedì mattina a messa tutti chiedevano perdono e poi si ricominciava. Durante una discussione in classe sul tema del razzismo con don Santi, ho sostenuto che un papa nero sarebbe arrivato solo dopo un presidente americano nero proprio per una questione di razzismo, non sono stato premiato, ma prima schiaffeggiato, poi accompagnato in direzione per essere sospeso…

E questa era una scuola azzurra, ma sembrava nera, e lasciatemelo scrivere grosso: CHE MERDA ERA LA SCUOLA PRIVATA!

Tanti anni dopo in quella galera sono tornato, fiero e vincitore  al nuovo direttore mi son presentato e con una scusa a don Santi abbiamo telefonato, ma quando si è saputo perché ho chiamato, il direttore un sacco si è incazzato e al Diavolo mi ha mandato; quindi niente è cambiato.

E la morale? Morale un cazzo! E anche nessun senso di colpa!

È di etica che bisogna parlare non di morale, vogliamo una scuola dei ragazzi o la scuola del Regazzi?! Vogliamo un’università di vita o l’uni del Vitta?! Vogliamo bambini con il diario scolastico o con il divario scolastico?! E allora lo scrivo grosso: EVVIVA I COMPAGNI! E ANCHE QUELLI DI SCUOLA!!

Coia

 

Il tema di quarta elementare conservato dalla maestra Miriam Righitto:

Tema libero Le Fogne di Cicago

Era un pomeriggio del 1975, e più precisamente il tre ottobre, quando a Cicago si ruppero tutte le fogne: si navigava in un mare di merda. C’erano canotti, barche, vele: un guaio. Inoltre erano usciti tutti i topi dalle fogne: topi in casa,topi in garasc, in macchina, nelle padelle … dappertutto. Il menù dei ristoranti comprendeva: merda con contorno di merda; dessert: budino di merda. Non si trovava più niente

Qualche volta dai monti di merda uscivano delle teste che poi tornavano giù. Tutti i mezzi di depurazione erano in funzione, però anche mettere delle pompe per la depurazione era inutile: i topi venivano e rosicchiavano tutto, anche i mezzi di depurazione.

Allora il consiglio delle depurazioni si riunì e decise: prima abbattere i topi poi aggiustare le fogne e dopo togliere la merda, però non era così semplice, perché c’era la merda e catturare i topi era un problema. Allora si tenne un’altra riunione nella quale si decise: prima mettere a posto le fogne, poi togliere la merda e poi i topi. Anche questo tentativo fallì.

Si riunirono ancora e infine decisero così: prima togliere la merda poi i topi  e in seguito sistemare le fogne. In questo modo, un pomeriggio di marzo, il tre, la città fu liberata.

Finì un episodio mai dimenticato: merda, merda, merda, merda!!!!!

Coia 4a

in basso terzo da sinistra …

 

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