Un romanzo che sa di resistenza

«Io resto qui», edito da Einaudi. Una storia di ribellione e solitudine, di fedeltà e tradimento, vittoria e sconfitta, in una parola: di resistenza.

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«Libertà non è andare via/libertà è stare al proprio posto/ e dire qui c’è qualcosa che non va»: questo cantava Luigi Grechi tanto e tanto tempo fa. E questa frase è la prima a venire in mente dopo aver letto il bel romanzo di Marco Balzano: «Io resto qui», edito da Einaudi. Una storia di ribellione e solitudine, di fedeltà e tradimento, vittoria e sconfitta, in una parola: di resistenza.

Siamo nel Sudtirolo, una terra speciale: di frontiera, con due lingue e un’ identità messa in discussione, in particolare dal fascismo che vorrebbe italianizzare tutti (la protagonista è una maestra che non può insegnare per …motivi linguistici) e tutto (perfino le lapidi del cimitero!) . «Io resto qui» è una lunga lettera che una mamma scrive alla propria figlia lontana, fuggita in Germania dagli oramai irraggiungibili zii e, forse, da Hitler. Poi ci sarebbe anche il figlio, presente ma infatuato dai nazisti (si è iscritto alla Wermacht), ed il marito, un pezzo di uomo che a volte si è piegato ma spezzato mai: di fronte ai fascisti ma anche, anni dopo, alla multinazionale che vuole costruire una diga che romperà ogni equilibrio, e spazzerà via il paesino. In forma di piccola grande saga familiare, il romanzo vive di una prosa asciutta, senza mai un aggettivo di troppo. Ed è questo che affascina maggiormente: la cifra espressiva di Balzano. Che è giovane, 39 anni appena, ma viene da lontano: non ci si riferisce qui alle tre pubblicazioni precedenti (tutte presso Sellerio) ma proprio al presente «Resto qui», che ha un sapore di neorealismo. Restare: a fare la fame, a soffrire la lontananza, a vivere i silenzi, a insegnare clandestinamente la lingua italiana in stalle e scantinati, ad autoesiliarsi in montagna e vivere di caccia e, infine, a distruggersi nel vedere quel che resta del proprio Comune: un campanile che fuoriesce dal lago artificiale appena creato. Un monolito-monito tangibile. E sotto, sommerso, tutto un paese con la sua storia. Con il vocio degli operai rinchiusi nelle baracche e il rumore delle ruspe. Intanto sempre questa «presenza:assenza» del figlio e della figlia, questa sconfitta che lacera. Assieme alla stanchezza che «ha preso il sopravvento. Si muore solo per la stanchezza. La stanchezza che ci danno gli altri, che ci diamo noi stessi, che ci danno le nostre idee. Non aveva più le sue bestie, il suo campo era stato sommerso, non era più un contadino, non abitava più il suo paese. Non era più niente di quello che voleva essere e la vita, quando non la riconosci, ti stanca in fretta. Non ti basta nemmeno Dio».

Si resta qui, con un pugno di mosche in mano. Ma la dignità, quella, nessuno ha saputo opprimerla, soffocarla, cancellarla. Grazie alle parole che Trina, la maestra, ha saputo-potuto-dovuto usare in questa lettera infinita alla figlia. Davvero un bel romanzo, antico e nello stesso tempo attuale.

«Resto qui» , di Marco Balzano, 2018, Einaudi, 2018, pag. 192, Euro 18,00.

 

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