Unicorn One

La scelta di campo, oggi, non è più fra destra o sinistra, fra l’essere filocomunista o fascista, ma tra l’essere pro o contro l’unicorno e il ciarpame prodotto sfruttando l’immagine e le caratteristiche tipiche della bestia rara, ormai mica più tanto tale, per la verità. Poiché l’ammasso di oggetti con la sua effigie e le sue fattezze se la giocano con l’isola di plastica creatasi nel bel mezzo delle correnti dell’Oceano Pacifico.

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Non so se anche voi ci avete fatto caso, ma da qualche tempo a questa parte ad andar per la maggiore è la creatura figlia della leggenda, dal corpo di cavallo e con un singolo corno ben piantato in fronte. Finita l’epoca d’oro dei Mini Pony e quella degli orsetti del cuore, dopo aver cestinato tutta la paccottiglia New Age unita a doppio filo all’era dell’Acquario, siamo ufficialmente entrati in quella dell’unicorno. Altresì noto come liocorno o leocorno. Perché con le mode non vanno e vengono solo le ideologie o il modo di agghindarsi, nutrirsi, pensare e tutto il resto. Con gli stili di vita che mutano, cambiano anche i miti e i modelli. E a dipendenza del periodo storico, cambiano pure i nostri animali da compagnia. Veri o immaginari che siano poco importa. Anzi.

Così, in men che non si dica, l’unicorno è improvvisamente schizzato in cima alle classifiche. Lo si trova dappertutto. Dai peluche agli emoticon di WhatsApp, fino ad arrivare ai biscotti “a forma di” e addirittura alla cioccolata. A quella preferita dal quadrupede. Con un nauseante ripieno al gusto fragola e frutti di bosco. Insomma è diventato l’icona pop più snob che ci sia ultimamente in circolazione. Segno tangibile dell’eccentricità, del narcisismo imperante. Un essere mitologico che tutti ammirano e vorrebbero vedere e toccare. Magari, chissà, qualcuno anche cavalcare. Eppure codesta bestia, per sua natura, se ne rimane distante al pari di una rockstar, inarrivabile tanto quanto una celebrità di Hollywood, a meno che ad avvicinarlo non sia una vergine. Non a caso è raffigurato come un cavallo bianco, qualcuno giura dotato di poteri magici, con un unico lungo corno avvolto a spirale sulla fronte.

La scelta di campo, oggi, non è più fra destra o sinistra, fra l’essere filocomunista o fascista, ma tra l’essere pro o contro l’unicorno e il ciarpame prodotto sfruttando l’immagine e le caratteristiche tipiche della bestia rara, ormai mica più tanto tale, per la verità. Poiché l’ammasso di oggetti con la sua effigie e le sue fattezze se la giocano con l’isola di plastica creatasi nel bel mezzo delle correnti dell’Oceano Pacifico. Una presenza, e un certo fastidio che sta nascendo per la stessa, che forse spiega l’esistenza di un gioco da tavolo per bambini che si chiama “Kill the unicorn”. Della questione se n’è occupata di recente anche la cultura con la “c” maiuscola, con un articolo dal titolo piuttosto emblematico “Essere o non essere un unicorno”, pubblicato da La Repubblica qualche settimana fa, dove il filosofo e accademico italiano Maurizio Ferraris s’interrogava proprio sull’essenza e la consistenza stessa del finto cavallo.

Posso benissimo fabbricare un unicorno di peluche (il mondo ne è pieno) o disegnare degli unicorni, ma questo non dimostrerebbe in alcun modo che gli unicorni esistono, perché l’esistenza in senso biologico, l’unica che ci autorizzi a sostenere che gli unicorni esistono, comporta l’essere sottoposta a processi entropici, e l’unicorno di peluche, proprio come Madame Bovary, non conosce l’entropia. Dunque non sarà mai l’oggetto di una battaglia animalista sebbene non si possa escludere che sorga una setta per la liberazione degli unicorni affine alla lega per la liberazione dei nani da giardino.” Insomma, per la serie: mala tempora currunt.

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