A morte, con una bella boccata d’azoto

In Alabama, Mississippi e Oklahoma scarseggiano strumenti pratici a disposizione per eseguire nel migliore dei modi le condanne a morte. Ecco perché in tutti e tre questi Stati si vorrebbe ricorrere all’azoto che, in un ambiente privato dell’ossigeno, teoricamente porterebbe il malcapitato alla perdita dei sensi e al successivo sonno eterno

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La morte dev’essere rapida e indolore. È questo l’assioma cartesiano della Pietas di Stato ma anche dell’efficienza a stelle e strisce. Nel manuale del boia provetto, i metodi escogitati per farlo a regola d’arte non mancano di certo. Del resto pure la fantasia umana non è da meno e non sembra aver frontiere.

Ciò che invece da qualche tempo a questa parte scarseggia un po’ dappertutto ma in particolare in Alabama, Mississippi e Oklahoma, sono gli strumenti pratici a disposizione per eseguire nel migliore dei modi le condanne a morte. Ecco perché in tutti e tre questi Stati si vorrebbe ricorrere all’azoto che, in un ambiente privato dell’ossigeno, teoricamente porterebbe il malcapitato alla perdita dei sensi e al successivo sonno eterno.

Una decisione nata proprio dalla difficoltà di procurarsi le sostanze necessarie per le iniezioni letali che peraltro, ben lo sappiamo, mica sempre vanno a buon fine. Di condannati che si risvegliano poco dopo o ai quali non si trova più una vena buona nella quale iniettare la morte, è già successo e potrebbe capitare ancora. Ecco perché il ricorso all’azoto è sembrato a taluni il frutto di un colpo di genio.

Non tutti però la pensano esattamente così. Molti medici e associazioni che negli Stati Uniti si battono per i diritti umani trovano la proposta agghiacciante, soprattutto considerando il fatto che il sistema non è mai stato sperimentato prima neppure per abbattere degli animali. Inoltre, che la morte sopraggiunga senza nessuna sofferenza, è supportato da zero certezze di tipo scientifico.

Invece di aver trovato la “soluzione finale”, il dubbio qui è che si tratti di un ulteriore problema che andrà a sommarsi a un problema più grande. Proprio com’è accaduto con l’iniezione letale, ritenuta ben più sicura ed efficiente della camera a gas o della sedia elettrica. E che invece di aver trovato un modo di portare a termine, presto e bene, il gravoso compito, ci si trovi di fronte a un lugubre gioco, dove che si vinca o si perda il premio finale resta sempre lo stesso. Il dolore.

Nel frattempo migliaia di “dead man walking” passano le proprie giornate dietro alle sbarre inconsapevoli di quando e come avverrà la loro esecuzione. Sottoposti a una tortura psicologica che risulta forse ben peggiore della condanna da scontare e della fine imminente. Un’attesa prolungata proprio dal non avere ancora trovato la quadratura del cerchio nel volersi smarcare dagli assassini che lo Stato ha deciso di giustiziare.

Come se uccidere prendendosi cura del dolore di chi muore fosse un modo caritatevole di procurare la morte. Un triplo salto carpiato con avvitamento su se stessi che sembra emblematico di una nazione tanto ridicola quanto crudele. Un’America bambina che si vanta dei propri macabri capricci. Convinta che nell’esercizio della morte ci si possa evitare il fastidio di sporcarsi le mani di sangue. Cercando anche nella pena capitale di essere i primi della classe.

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