Cinquemila firme sono carta straccia

Nemmeno pesa sulle nostre spalle Bewar dagli occhi azzurri e dal sorriso gentile. Bewar dalle abili forbici argentate. Ma deve andarsene, e le quasi cinquemila firme raccolte in Ticino a suo sostegno, quasi le sottoscrizioni per indire un referendum, sono, per un arido ufficio pieno di aridi burocrati, totalmente inutili.

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Bewar del salone di bellezza Fantasy, Bewar il barbiere curdo iracheno che appartiene a un popolo massacrato da decenni, bombardato, gasato. Bewar che taglia barbe e capelli.

Bewar che aveva chiesto di fermare le pratiche di espulsione che il Controllo federale della migrazione aveva decretato, dopo dieci anni che era qui da noi, dopo che aveva trovato amici, una ragazza, un lavoro.

Nemmeno pesa sulle nostre spalle Bewar dagli occhi azzurri e dal sorriso gentile. Bewar dalle abili forbici argentate.

Ma deve andarsene, e le quasi cinquemila firme raccolte in Ticino a suo sostegno, quasi le sottoscrizioni per indire un referendum, sono, per un arido ufficio pieno di aridi burocrati, totalmente inutili.

L’epilogo è un classico perché, come avevamo già scritto per altri casi, (leggi qui), la pietà, la logica non esistono. Non importa se il popolo, gli amici, sostengono una tesi, una storia. La legge è demenzialmente rigida e allora vieni sparato dopo anni, dopo esserti ricostruito un’esistenza, in un mondo che non ti riconosce e che non conosci più, un mondo dove spesso non hai più nulla. Qui rimangono i cocci, le lacrime degli amici che magari si sono fatti in quattro per aiutarti. Amici che scrivevano, due mesi fa:

“Bewar è fuggito dal suo paese, l’Iraq, a seguito dell’uccisione del fratello, avvenuta ad opera dei terroristi, che lo accusavano di tradimento e collaborazione con gli “infedeli”.
All’età di 22 anni, quindi, per paura di subire lo stesso destino, decide di lasciare il suo Paese e di chiedere asilo politico in Svizzera. (…)”

Oggi le speranze di Bewar sono ridotte al minimo. Una lettera del Segretariato di Stato della migrazione spiega che le firme raccolte a suo sostegno, non avranno alcun peso per il tribunale che deciderà la sua sorte. E pensare che persino le autorità cantonali avevano espresso parere favorevole. Ora noi ci chiediamo che senso ha la nostra opinione, che da un lato non può piegare la legge al proprio volere, dall’altra racconta slanci di umanità che i tribunali non dovrebbero ignorare, Perché Bewar non è un criminale.

Noi continuiamo a vivere. Domani io andrò dal mio Barbiere, Luca, a farmi fare barba e capelli, e penserò, lo so già, a Bewar e a quelle cinquemila splendide e inutili firme.

E non mi arrenderò, come non si arrenderanno tanti ticinesi che si sono mobilitati per altri immigrati, brave persone con la sola colpa di non essere sufficientemente perseguitati in base a leggi arbitrarie e crudeli.

Continueremo, ostinati, a protestare, a manifestare, a scrivere e a implorare. Perché ne vale sempre la pena.

 

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