Condannata per le sue poesie

Dareen Tatour è stata condannata per aver fatto ciò che gli scrittori fanno ogni giorno; scrivere e usare le loro parole per sfidare pacificamente l’ingiustizia.

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“Il mondo intero ascolterà la mia storia, il mondo intero scoprirà la democrazia di Israele, una democrazia solo per gli ebrei; la corte ha dichiarato che sono stata condannata per terrorismo, se questo è il mio terrorismo allora dono al mondo un terrorismo d’amore”.

Cosi ha dichiarato la poetessa Dareen Tatour, cittadina palestinese di Israele, giovedi scorso, dopo il verdetto dei pubblici ministeri di Nazareth che l’hanno condannata per incitamento e supporto ad una organizzazione terroristica, per aver pubblicato sue poesie sui social network.

La trentaseienne Tatour, nativa di Reineh, vicino a Nazareth, era stata arrestata nell’ottobre 2015, nella propria casa, dopo un’irruzione della polizia, in piena notte; era il periodo delle proteste e dell’ondata di accoltellamenti e attacchi da parte dei cosidetti “lupi solitari” contro le forze di sicurezza nelle strade di Gerusalemme ed Hebron.

Incarcerata per tre mesi e successivamente sottoposta agli arresti domiciliari in un appartamento poco lontano da Tel Aviv, con obbligo di indossare un braccialetto elettronico alla caviglia, perché le autorità israeliane la consideravano “minaccia alla sicurezza pubblica”. Le è stato proibito l’uso di internet, del telefono e altri mezzi di comunicazione.

Durante il processo l’accusa riteneva che il contenuto del poema: “resisti, popolo mio, resisti, resisti alla rapina dei coloni e segui la carovana dei martiri” abbia creato un reale possibilità di incitamento ad atti di violenza e terrorismo.

Nel giugno 2016 più di 150 esponenti del mondo letterario hanno firmato una lettera di solidarietà nei confronti della poetessa definendo la sua detenzione come “parte di uno schema più grande di repressione di Israele contro tutti i palestinesi”.

Piu di 1000 israeliani hanno firmato una petizione, nell’agosto 2017, chiedendo il rilascio della poetessa.

Nel corso del processo la Tatour si è difesa dicendo:

“Come è possibile incitare le persone ad essere uccise, ad essere martiri; sono tutti martiri, anche se è strano chiamarli cosi in inglese o in ebraico, perché sono vittime, ma in arabo non c’è separazione tra il significato di martire e vittima, quando si viene colpiti da soldati israeliani”.

Al termine del processo le viene chiesto se è ancora ottimista, e lei risponde:

“sto cercando di rimanere ottimista; nel mio libro c’è una poesia sulle manette che è diventata spaventosamente reale. Loro dicono che ogni poeta è un profeta, e io sento che è cosi. In questa nazione non possiamo essere ottimisti, ma io sto cercando di fare il mio meglio”.

Dareen Tatour è stata condannata per aver fatto ciò che gli scrittori fanno ogni giorno; scrivere e usare le loro parole per sfidare pacificamente l’ingiustizia.

Il verdetto della corte israeliana di Nazareth viola il diritto di parola e libertà di espressione.

L’udienza di condanna si terrà il 31 maggio 2018.

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